venerdì 20 luglio 2012

“Avvelenata dai pesticidi, lascio casa”

 
Rosy Zampieri: “Sono prigioniera dei vigneti e senza tutele”. Segnalazione all'Usl 7 e al Comune

CONEGLIANO - Prigioniera dei vigneti che circondano la sua casa, Rosy Zampieri ha deciso di trasferirsi per non aggravare le sue condizioni di salute. Rosy aveva deciso di raccontare la sua storia circa un mese fa, attraverso le pagine del nostro giornale, per denunciare una situazione che non è la sola a subire. Rosy vive sulla collina di Scomigo, immersa nel verde e anche se sembra una posizione invidiabile, in realtà per molti mesi all'anno deve chiudersi dentro casa oppure uscire con la maschera per non respirare l'aria intrisa di fitofarmaci. I proprietari dei vigneti che confinano con la sua proprietà sono piccoli viticoltori con i quali Rosy ha cercato di trovare un accordo affinchè limitassero i trattamenti o almeno li facessero quando lei non è in casa. Rosy è andata ad abitare in quella casa, che ha ereditato dalla sua famiglia, nel 2000. Intorno c'erano soltanto prati e alberi. “In 10 anni sono stata accerchiata dai vigneti – ci aveva raccontato – Ogni volta che l'atomizzatore passa tra i filari, cominciano i disturbi: bruciore alla gola, alle labbra, agli occhi. Certe volte mal di testa, nausea, dipende dal prodotto che usano”. Rosy è stata al pronto soccorso, si è rivolta all'Uls 7, ha chiesto l'intervento della polizia locale ed è stata ricevuta anche dal sindaco Zambon. “Sembra che nessuno possa fare nulla – dice – che non sappiano cosa fare”. Così dal 1 luglio Rosy si è trasferita, ha preso un appartamento in affitto perchè la situazione non era più sostenibile. “Il medico mi ha detto che ho subito uno stress psico-fisico notevole – spiega – e per non ammalarmi del tutto, ho deciso di trasferirmi almeno nei mesi più critici, quando l'aria è irrespirabile”. Le regole sull'uso dei fitofarmaci ci sono e sono contenute nel regolamento di polizia rurale e nel protocollo viticolo del Consorzio di tutela del Prosecco Docg. “Però non vengono fatti i controlli – dice Rosy – e mentre le medie e grandi aziende viticole stanno iniziando a capire la problematica, i piccoli produttori no”. E allora la gente che subisce tali situazioni è costretta ad autotutelarsi, anche allontanandosi da casa propria.

di Elisa Giraud

FONTE: Il Gazzettino di Treviso


Questo articolo è il seguito di quello pubblicato poco più di un mese fa (http://marco-lavocedellaverita.blogspot.it/2012/06/io-avvelenata-dai-fitofarmaci.html), ed è veramente triste vedere come si è evoluta la situazione di Rosy Zampieri, costretta a "fuggire" da casa per lunghi periodi per evitare le esalazioni nocive dei pesticidi.
Purtroppo sono sempre i più "deboli" a rimetterci, ovvero i malati.... e chi ha il coltello dalla parte del manico, in questo caso gli agricoltori che irrorano le proprie colture con pesticidi di ogni genere, agiscono indisturbati. Non ce l'ho nello specifico con gli agricoltori (i quali, però, dovrebbero essere consapevoli del fatto che certe sostanze chimiche sono nocive per l'ambiente e per la salute dell'uomo e quindi, in coscienza, dovrebbero regolarsi di conseguenza), quanto piuttosto con chi permette cose del genere. Occorrerebbero controlli più ferrei e regole più severe, altrimenti situazioni come quelle di Rosy si moltiplicheranno sempre più, sempre senza dimenticare che l'uso di pesticidi è SEMPRE e comunque dannoso per tutti, senza eccezioni.

Marco

giovedì 19 luglio 2012

"Così hanno inquinato mezza Italia"


PATRIZIA GENTILINI oncologo di fama spiega la situazione di Faenza e come si è arrivati ad avere le falde inquinate

(Ni.Ta.) Sullo scandalo delle falde acquifere inquinate nell’ex zona industriale interviene l’oncologa Patrizia Gentilini. Nata a Faenza, laureata a Bologna e specializzata in Oncologia a Genova e in Ematologia a Ferrara, Gentilini ha lavorato nel reparto di oncologia dell’ospedale di Forlì occupandosi di Prevenzione-Diagnosi precoce e di Terapia dei tumori. Vicepresidente dell’Associazione contro Leucemie, Linfomi, Mieloma (Ail, sez.Forlì-Cesena) fa parte di Medici per l’Ambiente (Isde Italia) partecipando a convegni nazionali e internazionali.

La notizia di un gravissimo inquinamento a Faenza da solventi, sostanze clorurate, idrocarburi policiclici e altre sostanze in falde acquifere, profonde anche 40-50 metri, desta profonda preoccupazione. Innanzitutto per i potenziali rischi per la salute umana, ma anche perchè appare, purtroppo, come l’ennesima conferma della tragica situazione in cui versa l’ambiente in cui viviamo, violato e contaminato per colpevoli e delinquenziali comportamenti umani. Se pensiamo poi che il ‘ricambio’ delle falde profonde avviene in media in 1400 anni, possiamo ben capire che il loro inquinamento è un evento di gravità inaudita; inoltre, di che ricambio potrà mai trattarsi se nulla cambia nel nostro sistema economico-produttivo?
Su quanto emerso, in assenza di dati analitici più precisi, si può dire che l’inquinamento delle falde da parte di organoclorurati (di solito tetracloro o tricloro etilene) in aree di vecchia industrializzazione, non è certo una novità per il nostro Paese. Situazioni analoghe sono alla ribalta della cronaca giudiziaria: una breve panoramica dell’attuale situazione è altamente sconfortante.
A Cremona è in atto un processo contro la Tamoil: cinque gli imputati dell’inchiesta per i quali è stato chiesto il rinvio a giudizio. Si tratta di dirigenti della compagnia petrolifera dal 1999 al 2007. L’accusa è avvelenamento delle acque destinate a uso umano.
In Veneto, nel maggio 2011, l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa) di Treviso ha riscontrato la presenza di mercurio nei pozzi dei comuni di Preganziol, Treviso, Casier e Quinto. Stando ai dati diffusi, su 518 pozzi ben 137 risultavano avere concentrazioni di mercurio al di sopra dei limiti consentiti.
Non se la passa meglio l’Abruzzo con l’inquinamento di acque destinate al consumo umano a Bussi e nella Val Pescara dove si è verificato un disastro ambientale di proporzioni inimmaginabili per le potenziali conseguenze sulla salute di 500mila cittadini: nelle falde sono stati riscontrati cloroformio, tetracloruro di carbonio, esacloroetano, tricloroetilene, triclorobenzeni, metalli pesanti (alcuni con livelli 3 milioni di volte superiori ai limiti di legge).
Invece per i pesticidi una recente indagine Ispra (Istituto superiore protezione e ricerca ambientale) ha evidenziato per le acque superficiali che il 47.9% dei campioni esaminati è contaminato da pesticidi (presenti in quantità superiore di limiti di legge nel 31,7%); e per le acque sotteranee una contaminazione nel 27% dei casi (presenti in quantità superiore ai limiti di legge nel 15.5%). Quest’indagine ha identificato nelle acque esaminate ben 131 di queste sostanze e ancora una volta ‘maglia nera’ della contaminazione è la Pianura Padana, per l’agricoltura intensiva qui praticata da anni. Si pensi che nelle falde profonde si ritrovano inquinanti vietati da molto tempo come l’atrazina, molecola al bando da decenni, ma tuttora presente nell’ambiente. Le persone dovrebbero essere informate sul fatto che si tratta di sostanze pericolose anche in quantità infinitesimali e che l’esposizione umana a piccole, quotidiane dosi a questi veleni rappresenta un pericolo gravissimo per la salute, specie per donne in gravidanza, feti e neonati.
In questo panorama desolante qualche motivo di speranza viene da oltreoceano: nel 2011, in Usa, la Exxon Mobil è stata condannata a corrispondere un risarcimento di 1,5 miliardi di dollari per un grave caso di inquinamento del suolo e delle falde acquifere, rendendo giustizia ai cittadini coinvolti. Avremo mai soddisfazioni di questo livello anche in Italia?

di Patrizia Gentilini 

 
12 aprile 2012

FONTE: La Voce


In persone molto sensibili ai problemi ambientali, articoli come questo fanno accaponare la pelle.... d'altro canto è bene che certe cose si sappiano e l'oncologa Patrizia Gentilini stende un quadro davvero preoccupante per quanto riguarda l'inquinamento ambientale che, per usare le sue stesse parole,
viene continuamente "violato e contaminato per colpevoli e delinquenziali comportamenti umani". Potrà mai cambiare tutto questo? Si potrà arrivare, un giorno o l'altro, all'abolizione TOTALE di tutte le sostanze chimiche dannose per l'ambiente e la salute dell'uomo che, ahinoi, vengono adoperate massicciamente nelle coltivazioni intensive (e non solo)? Il "biologico" che costituisce ancora l'eccezione, potrà mai diventare la regola? Personalmente è quello che io mi auspico accada con tutto il cuore, perchè continuare a utilizzare sostanze chimiche nocive significa andare contro la nostra stessa natura, significa VIOLENTARE un ambiente che non ha bisogno di tutto questo!
Tutto si paga, non dimentichiamocelo, e a fare le spese di questo uso dissennato di prodotti chimici inquinanti saremo immancabilmente noi uomini, sopratutto le generazioni future, che si ritroveranno in "eredità" gli scempi perpetrati dalle generazioni precedenti.

Marco

martedì 17 luglio 2012

Ci sono malati invisibili, io chiedo aiuto per loro


Conosco una ragazza che soffre di una malattia che condanna alla solitudine; una malattia creata da questo progresso che è il bene e il male del nostro tempo. E' l'MCS in lei aggravata dalla vasculite orticarioide.
Se si ha una famiglia che, all'interno della propria casa, ti difende da tutti i pericoli che sono in agguato nel mondo esterno e che gli altri non hanno nemmeno idea di propagare con i loro profumi, detersivi, ammorbidenti, fumo di sigarette e quant'altro è deleterio per questi malati, si può avere una vita quasi accettabile. Ma, quando questo viene a mancare, è un vero disastro.
Purtroppo ci vuole un grande amore e un grande cuore per rinunciare a quelli che si reputano i propri sacrosanti diritti, anche se le rinunce si limitano ad usare determinati prodotti per l'igiene personale e della casa invece che altri.
Quando questo avviene la vita del malato diventa un inferno ed inoltre questo comportamento autorizza tutti quelli che gravitano intorno a lui, come parenti, vicini, addetti alla pulizia del condominio etc., a non rispettare il suo stato di salute e i suoi diritti di malato. Molti ignorano questa malattia, anche il Servizio Sanitario Italiano, in quanto essa è riconosciuta solo da poche regioni e la Puglia non fa parte di queste. Molti di quelli che la conoscono preferiscono non accettarla e attribuirla a fissazioni del malato: questo è molto più comodo per scaricarsi delle proprie responsabilità. Chiedo aiuto per questi malati innanzi tutto ai responsabili della Sanità; sappiate che, anche quando arrivano al Pronto Soccorso, il personale non sa dove indirizzarli perchè per loro non esistono strutture adeguate ed essi non possono assolutamente entrare in un normale ospedale. Chiedo aiuto a chi abita loro vicino, perchè con un po' di accortezza e di umanità rendano meno difficile la loro giornata. Tornando alla mia amica, chi non le è amorevolmente vicino non sa assolutamente quanto amore ella possa dare in cambio della sola attenzione e considerazione che si da alla sua persona e alla sua malattia. Ogni giorno, volente o nolente, è costretta a scappare di casa per andare vicino al mare, l'unico posto dove le è possibile disintossicarsi, ma al rientro ricomincia tutto daccapo.

lettera firmata
Cassano delle Murge (Bari)

4 maggio 2012

FONTE: Gazzetta del Mezzogiorno


Pubblico questa lettera indirizzata alla Gazzetta del Mezzogiorno, nel quale emerge chiaramente l'amarezza e la preoccupazione della persona che l'ha scritta nei confronti dell'amica malata di MCS e, credo io, nei confronti di tutti coloro che sono colpiti da questa patologia, che ancora troppo spesso sono lasciati soli a loro stessi dalle istituzioni e sovente anche dalle persone a loro più vicine che, per ignoranza o per chiusura mentale, non riescono a crederli e a comprenderli.
L'amarezza di questa persona è anche la mia amarezza, perchè essere malati è già di per sè una gran brutta cosa, ma esserlo senza essere creduti, compresi e aiutati, è una cosa tremenda, una Croce forse ancor peggiore della malattia stessa. Quanta ottusità, quanta chiusura mentale c'è ancora in tante persone.... Non auguro davvero a nessuno di trovarsi in certe situazioni, cose talmente brutte e desolanti da far fatica anche a parlarne. A tutti i malati incompresi va la mia MASSIMA solidarietà, sempre nella speranza che i cuori e le menti delle persone si aprano almeno un pò.

Marco

domenica 15 luglio 2012

La mia guerra al metallo killer


Intervista esclusiva da Londra il col. Calcagni, 43enne di guagnano, mentre lotta per sconfiggere gli effetti dell'uranio impoverito, confida al nostro settimanale:

"ORA VIVO PER AIUTARE I COLLEGHI CONTAMINATI"


Carlo Calcagni: "ORA MI BATTO PER CHI SOFFRE COME ME"

 

Parla l'On. Falco Accame 
Responsabilità politiche e militari: leggerezze fatali

Dal 1983 l’on. Falco Accame, ex ufficiale superiore di Marina ed ex-deputato alla Camera, opera per la tutela dei militari impegnati nelle varie operazioni estere. Con l’Anavafaf - Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate e Famiglie dei Caduti - di cui è presidente, si occupa tra l’altro delle conseguenze dell’uso di proiettili contenenti uranio impoverito nelle campagne a cui hanno partecipato soldati italiani. Secondo quanto egli stesso afferma, “era possibile intuire la pericolosità dell’uranio impoverito già all’epoca della prima Guerra del Golfo (1990-1991), soprattutto in seguito all’allarme che suscitò l’incidente dell’11 luglio 1991 a Camp Doha in Kuwait quando, a causa di un incendio, esplosero una grande quantità di proiettili e carri armati all’uranio impoverito”. Di certo, ben informati sul rischio erano gli americani. A dimostrarlo, il loro equipaggiamento durante la missione in Somalia del 1993: tute, maschere e guanti per proteggersi dalle micro polveri letali in grado di provocare l’insorgere di linfomi e tumori. Al fianco dei soldati americani, in Somalia, c’era però l’esercito italiano che, ignorando del tutto i pericoli della sostanza, lavorava a mani nude. Stando ai documenti ufficiali, infatti, l’Italia è venuta a conoscenza degli effetti devastanti che l’uranio impoverito poteva avere sulla salute dei militari, solo nel novembre 1999. Un ritardo di ben sei anni rispetto agli americani. “Quello dell’uranio impoverito - continua l’On. Accame - è un problema di responsabilità politiche e militari per non aver applicato tempestivamente le norme di precauzione necessarie; una leggerezza che ha messo a rischio la salute di moltissimi militari italiani coinvolti nelle operazioni all’estero. Stando agli studi sinora effettuati, il legame tra i tumori e l’uranio impoverito rimane nel campo probabilistico, al pari del nesso tra tumori e fumo. Questo, comunque, non giustifica la mancata precauzione”. Quanto alle cifre, Accame si attiene ai dati esposti dal col. Medico Roberto Biselli, Direttore dell’Osservatorio epidemiologico della Difesa. Durante la Commissione Parlamentare d’inchiesta del 22 febbraio scorso, infatti, il col. Biselli fa presente che il numero dei casi di malattia e decessi notificati dalle singole Forze Armate all’Osservatorio, relative alle patologie neoplastiche occorse nel personale militare dal 1991 al 21 febbraio 2012, ammontano in totale a 3761 unità: 698 di essi riguardano il personale che ha preso parte a missioni all’estero e 3063 riguardano militari che non hanno mai effettuato attività fuori area. I decessi, invece, sono complessivamente 479, di cui 96 verificati per persone che hanno operato in missioni all’estero e 383 per persone che sono rimaste in patria. L’on. Accame, però, sottolinea si tratta di dati “parziali perché considerano solo i militari in servizio, escludendo sia i militari in congedo (ricordiamo che un tumore può avere un periodo di latenza di 15-20 anni) che tutti i civili che hanno partecipato alle missioni estere con Onlus o altre organizzazioni quali il Ministero dell’agricoltura, la Presidenza del Consiglio, la Croce Rossa e così via”.

Il Prof Minelli: in alcuni pazienti il male rimane latente per anni

Le varie commissioni che si sono susseguite dal 2000 ad oggi non hanno mai documentato la relazione di causa-effetto tra l’esposizione all’uranio impoverito e l’insorgere di patologie. Per ovviare a questa lacuna, in veste di Consulente della commissione, il prof. Mauro Minelli, nel gennaio 2011 propose la creazione di una bio-banca all’interno del Centro Imid di Campi Salentina di cui è direttore. Sarebbe la prima bio-banca su tutto il territorio nazionale con il compito di monitorare i soldati nelle missioni all’estero, attraverso il prelievo e l’archiviazione di materiale cellulare (sangue, siero, urine, sperma e capelli, che sono grandi accumulatori di metalli) in diverse fasi: prima della partenza, durante la missione e precisamente dopo tre mesi, e al loro rientro. Il prof. Minelli, tiene a sottolineare che “l’uranio impoverito, piuttosto che agire in maniera diretta, crea un’azione di danno indiretta in quanto rende l’organismo più vulnerabile, più sensibile e, dunque, iperattivo. In questa iperattività, ogni volta che la sostanza (fattore epigenetico, o esterno) entra in contatto con l’organismo (fattore genetico), quest’ultimo subisce delle modificazioni a livello cellulare che agevolano l’insorgere della malattia. A creare differenze tra caso e caso è il fattore genetico: esistono, infatti, pazienti nei quali la malattia rimane latente per anni”.

Intervista Esclusiva / Parla il Colonnello originario di Guagnano contaminatosi in una missione all’estero

UN MESSAGGIO DA LONDRA: “CHI COMPIE IL PROPRIO DOVERE PER LA PATRIA MERITA ONORE E RISPETTO”

Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”… Quante volte l’abbiamo urlato nei campi di calcio? Quante volte abbiamo sorriso pronunciando questa frase? E, soprattutto, quanti hanno meditato sul messaggio che essa racchiude? C’è, però, chi questa frase non l’ha solo intonata dinnanzi ad un tricolore con la mano sul petto, ma si è ritrovato a viverla. Così è stato per il Col. R. O. Carlo Calcagni, il militare originario di Guagnano ammalatosi a seguito di una missione militare all’estero. Quasi stordisce quell’intreccio di decisione e tranquillità con cui ci racconta il suo calvario dalla clinica londinese di Breakspear Medical Group, dove è ricoverano da tre settimane. Pacato, sereno, emotivamente controllato. Di fronte alla malattia mostra quella dignità che lo Stato italiano spesso non riconosce alle vittime dell’uranio impoverito.
Sedici anni fa, la passione per il suo lavoro lo aveva visto in prima linea durante la missione di pace in Bosnia; oggi, la passione per la vita lo mette in prima nella sua personale guerra contro il metallo killer.

Da un documento del 1993 risulta che il Governo Usa aveva istruito il comando militare americano (che coordinava la missione in Somalia) circa i rischi connessi all’uranio impoverito. Dalle testimonianze di chi ha prestato servizio in Somalia, Iraq, Bosnia, Kosovo e Afghanistan emerge che mentre i militari americani indossavano tute speciali, guanti, maschere e bombole di ossigeno, gli operatori italiani effettuavano le bonifiche ambientali e maneggiavano materiale radioattivo senza protezione adeguata. Col. Calcagni, l’Italia quando è venuta a conoscenza di questo rischio?
I nostri vertici sapevano che determinate zone potevano essere pericolose per la salute dei militari, eppure questo rischio è stato ignorato, molto probabilmente perché l’Esercito Italiano non disponeva degli equipaggiamenti di protezione necessari. Tremila uomini era l’impegno che l’Italia aveva preso con la Nato; un impegno che i vertici italiani hanno mantenuto, con il rischio personale dei militari. La mia missione internazionale di pace ha avuto inizio in Bosnia nel gennaio 1996, in qualità di pilota elicotterista addetto al soccorso, ed è durata sei mesi. Generalmente, chi opera in un simile contesto si trova ad affrontare tutto ciò per cui è stato addestrato; noi, invece, abbiamo dovuto combattere con un nemico invisibile che ha fatto molte più vittime delle pallottole.

Quando ha scoperto di essere stato contaminato dall’uranio impoverito?
Nell’ottobre 2002, dopo il controllo annuale effettuato presso l’Istituto Medico Legale dell’Aeronautica di Roma per il rinnovo dell’idoneità al volo, sono stato trasferito a Viterbo per svolgere l’attività di istruttore di volo. Qui ho iniziato ad accusare spossatezza, eccessiva sudorazione e anche nelle gare di ciclismo la mia rendita calava. Decido, così, di fare dei controlli privati a Lecce. Il 18 novembre inizia la mia odissea. Una prima analisi delle urine denota la presenza di una serie di metalli tossici in quantità differenti: alluminio, cadmio, piombo, antimonio, arsenico, bario, cesio, nichel, tallio, stagno, mercurio e tungsteno. In seguito, da esami medici più approfonditi è venuta fuori una diagnosi complessa che vede: mielodisplasia, encefalopatia tossica da metalli pesanti, ipotiroidismo, ipogonadismo, polineuropatia tossica, nitrosamine addotte al Dna, disfunzione del sistema simpatico e parasimpatico, disautomia associata a Sindrome da fatica cronica, ipossia dei tessuti e Hypercapnoea, Sindrome di Gilbert, perdita della funzione vasomotore e di termoregolazione in tre arti, insufficienza renale, miocardite da sostanze tossiche e epatopatia cronica da contaminazione di metalli pesanti. Si trattava, quindi, di un malessere oramai cronicizzato che, pur non essendo stato rilevato in nessun altro controllo precedente, era senza dubbio presente da molto tempo.

Qual è l’iter delle cure cui è costretto a sottoporsi?
Ogni giorno devo fare 6 iniezioni, 4 ore di flebo, 18 ore di ossigenoterapia, 1 ora di infrarossi, la camera iperbarica e ben 300 compresse. Ogni lunedì e giovedì, poi, mi spetta una auto-emotrasfusione.

In seguito alla diagnosi, cosa ne è stato del suo lavoro?
Dopo aver comunicato gli esiti degli esami al mio comandante, ogni comunicazione con il mio reparto è sembra annullarsi. Nessuna chiamata, nessuno chiede informazioni sulla mia condizione. Sentivo di essere per loro un semplice numero adoperato per colmare questo o quell’altro turno. Tutto questo faceva male, ma feriva più il tentativo, da parte dei vertici, di negare la tossicità dell’uso dell’uranio impoverito. Il 30 ottobre 2007 (giorno del mio compleanno) mi hanno riformato con il 100% di invalidità. Da quel momento, per il Ministero, le relazioni interpersonali sono finite. Dopo cinque anni di battaglie contro la malattia e contro il sistema, ho ricevuto il riconoscimento della causa di servizio. Ora, da tempo, mi dedico allo studio delle leggi, di circolari e quant’altro per aiutare gratuitamente i miei colleghi e i parenti delle vittime di uranio. Successivamente è nata l’Associazione “Ruolo d’onore Carlo Calcagni” con lo scopo di far conoscere i diritti di chi è stato contaminato dal metallo killer ed aiutare chi era nella mia stessa situazione. È un impegno che, oltre a gratificarmi, sposa fedelmente il mio motto “donarsi, senza mai nulla pretendere”. Nell’ottobre del 2010 è stata istituita la Commissione d’Inchiesta sull’uranio impoverito, di cui io sono stato nominato consulente proprio in virtù della mia esperienza e delle conoscenze normativo-legislative acquisite. Nel frattempo, sono rientrato in servizio grazie ad una legge che mi permette di essere richiamato di anno in anno e, dunque, di avanzare di carriera. Attualmente, sono al mio terzo anno di reimpiego e sono stato promosso a Colonnello.

Nessun funerale di Stato per le vittime dell’uranio impoverito. Cosa ha da dire a riguardo?
In questi anni, purtroppo, mi è capitato di tirar giù dall’aereo qualche collega nel tricolore. Gli sfortunati che muoiono durante le missioni, vengono riconosciuti come figli della patria e proprio dalla madrepatria ricevono onori e medaglie. Chi invece, contaminato dall’uranio impoverito, rientra dalle aree di conflitto con le proprie gambe per poi soffrire in silenzio, è condannato a non ricevere né medaglie, né riconoscimento morale. Ed è triste dal momento che, in ogni caso, si tratta di uomini morti per aver compiuto il proprio dovere.

14 luglio 2012

FONTE: L'Ora del Salento

venerdì 13 luglio 2012

Salvo Cannizzo, ex marò malato di tumore. «Siamo duemila in Italia, sciopero per tutti»


Era nel battaglione San Marco, adesso ha un grave tumore al cervello. Gli restano pochi mesi di vita, ma ha deciso di non curarsi «per far emergere la situazione di noi ex militari vittime dell’uranio in Kosovo tra il 1999 e il 2001». In congedo dal 2011, oggi parla di quanto ha visto allora: carri dissolti dalle radiazioni e americani vestiti «da astronauti» per raccogliere delle munizioni. «Sono diventato militare per soldi. Ma lo rifarei, perché amavo il mio lavoro». Anche se, di guerre «non giuste» ne ha viste tante in 17 anni.

«Nel 2000 a Djakovica, in Kosovo, ho visto un carro bombardato e con la carrozzeria dissolta. E degli americani, tempo dopo, che con una tuta da astronauta e un autorespiratore, portavano via delle munizioni. Ora so che era per le radiazioni dell’uranio impoverito, ma a quei tempi io e i miei compagni respiravamo quell’aria a pieni polmoni».
Salvo Cannizzo, 36 anni, è un sergente in congedo da settembre 2011. Era nel battaglione San Marco, famoso tra i vari corpi della Marina militare italiana per la preparazione durissima, tanto da essere paragonato ai marines americani. «Ho un glioblastoma multiforme, un tumore al cervello di quarto grado. Ma ho deciso di non fare la chemio: voglio vedere se al ministero hanno il coraggio di lasciarmi morire, sono duemila i militari nella mia situazione in Italia. E presto moriremo tutti, vogliamo almeno un indennizzo» dichiara Salvo che, secondo i calcoli dei medici che lo hanno già operato più volte a Milano, ha solo tre mesi di vita. Era a capo di una squadra di nove elementi fino al settembre 2006, quando fu operato una prima volta e trasferito, da impiegato civile, al ministero della Difesa. Ora che non è più un militare, può parlare liberamente, e non ha dubbi: «L’uranio degli americani ha fatto ammalare di tumore me e quattro dei miei compagni di squadra, in Kosovo, dove sono stato quattro volte dal 1999 al 2001. Senza che nessuno ci dicesse del pericolo, che gli americani invece conoscevano».

Salvo ci incontra nella palestra di un amico: ha difficoltà a muoversi, e cammina su una sedia a rotelle ma «vengo qui per svagarmi, dentro questa palestra sono cresciuto. Ho ancora il record di 128 kili di panca». Sorride e, prima di iniziare a parlare, mi invita a toccargli la testa. «Purché non ti impressioni, senti? Non ho la calotta cranica, devo subire un intervento per mettere una protesi in titanio». Operato ad aprile di quest’anno, Salvo ha re-iniziato a poter parlare solo dopo due mesi di logopedia, e ha ancora difficoltà di lettura che, dice «dipendono dalla parte sinistra del cervello, quella che mi hanno in parte asportato». Viene da Borgo Librino, dal 2008 al 2010 è stato consigliere di quartiere nella nona municipalità a Catania e, prima di diventare un marò, ovvero un soldato sceltissimo specializzato, era un ragazzo come tanti. «A diciotto anni, finita la scuola, ho iniziato a lavorare come restauratore. Cinquantamila lire a settimana. Ho resistito un anno e poi sono partito volontario nell’esercito».

Inizia così, nel 1995, la vita militare di Salvo Cannizzo. Diplomatosi al Cannizzaro, non riusciva a guadagnare abbastanza per rendersi indipendente. «La mia scelta è stata motivata solo da motivi economici ed è una cosa che non ho mai nascosto, nemmeno nei colloqui nell’esercito. Ma la mia sincerità, in qualche modo, è stata premiata: ho sempre avuto valutazioni eccellenti o sopra la media e, quando sono entrato nel battaglione San Marco, le cose sono cambiate. Basco, divisa militare e un rapporto strettissimo con i miei compagni, che ho sempre chiamato fratelli. Amavo il mio lavoro, sentivo lo spirito di corpo». Così Salvo inizia a guadagnare «già un milione e quattrocentomila lire nel 1997, quando ho deciso di sposarmi». Due figlie dal primo matrimonio, finito nel 2006 «quando è iniziata la mia malattia». S’è risposato in chiesa e considera la figlia della sua seconda moglie «come se fosse mia». Ma, in caso di morte, «la reversibilità della pensione andrebbe alla mia prima moglie», perché la lunga pratica del divorzio non è ancora conclusa. Una pensione che, al momento, è esattamente di «800 euro e 17 centesimi, una cifra che per uno abituato a guadagnarne 2800 al mese circa, più le missioni, è una cifra bassissima. Anche perché devo gli alimenti alla mia ex e ho un affitto da pagare» ci spiega. Quello economico è un problema di estrema urgenza per Salvo, che ha denunciato la sua situazione pubblicamente, ricevendo incoraggiamenti per sottoporsi comunque alla chemio e alle altre terapie dai suoi ex compagni. «Uno di loro è già morto, per un cancro al pancreas. Non so quale sia la casistica, magari un malato di tumore ogni mille abitanti, ma al ministero della Difesa, per riconoscerci la causa di servizio, hanno bisogno che cinque malati di tumore in una squadra di appena nove persone dimostrino il rapporto causa effetto con almeno dieci anni di letteratura scientifica». Salvo, al momento, ha ricevuto anche «promesse di aiuto da parte di alcuni politici», anche se preferisce non fare nomi.

«Potrei vivere ancora tre anni se decidessi di sottopormi alla chemio. Ma, dall’ultima operazione che ho fatto ad aprile, quest’anno non sono più andato ad eseguire i controlli, non posso permettermi un viaggio a Milano dove sono in cura, ho finito i risparmi». E pensare che quando Salvo era un marò, un soldato scelto spesso mandato in missione «anche dai servizi segreti, per scortare ambasciatori e ministri anche se queste missioni non risultano nel mio stato di servizio», guadagnava molti soldi. «Non ho mai capito l’ammontare della paga per le missioni non ufficiali: arrivava un assegno, con su scritto “affari speciali” e la cifra. A volte duemila, altre volte ottomila euro». Per le missioni in Kosovo, invece, Salvo ha ricevuto «72 dollari al giorno. E ho ricevuto una medaglia, una croce di guerra, perché nel 2000 ho fatto un record, con tre missioni consecutive. Ma non me ne pento: dovevo comprarmi la casa».

«Purtroppo, un militare in carriera come ero io non poteva rifiutarsi di andare nelle missioni, anche se di cose ingiuste ne ho viste molte». Per Salvo l’esperienza del Kosovo è stata quella più traumatica. Racconta di «una guerra ingiusta, perché cacciavamo i legittimi abitanti per far spazio agli ultimi arrivati». Gli americani, spiega Salvo, pur di consumarle e rinnovare l’armamentario «buttavano centinaia di bombe, spesso senza inneschi per non fare vittime. Per loro è un business e i nuovi armamenti in quel caso li pagava la Nato». E gli italiani? «Non siamo al loro livello, ma siamo i primi produttori di mine antiuomo. E ancora oggi non siamo a conoscenza di quanti militari italiani siano impiegati in giro per il mondo. Sapevi che al momento c’è un gruppo di sommozzatori in Somalia?». Adesso aspetta qualcosa, un segnale di attenzione. «Ci sono decine di class action contro l’uranio impoverito, ma sappiamo già che non ci pagheranno mai: aspettano che moriamo per non doverci riconoscere due milioni di euro di indennizzo». E, se non dovesse farcela, almeno avrà scelto «quando morire, visto che non posso più scegliere quando vivere».

12 luglio 2012

di Leandro Perrotta


FONTE: ctzen.it
http://ctzen.it/2012/07/12/salvo-cannizzo-ex-maro-malato-di-tumore-siamo-duemila-in-italia-sciopero-per-tutti/

 

Dopo il post su Carlo Calcagni, pubblico ora la dolorosa vicenda di Salvo Cannizzo, anch'egli vittima dell'uranio impoverito inalato nelle missioni in Kosovo a cui ha partecipato, ed ora con un tumore al cervello in fase avanzata che, a detta dei medici, gli darebbe solo qualche mese di vita.
Ho appreso anche che Salvo si è recentemente incatenato in segno di protesta in via Etnea davanti la sede catanese dell’Ars, perchè non gli è stato riconosciuto che l'uranio impoverito inalato sia la causa del suo tumore, sebbene ben 5 dei 9 colleghi che erano con lui in queste missioni siano nelle medesime condizioni (vedi: http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/catania/notizie/cronaca/2012/2-luglio-2012/i-soldi-non-bastano-ex-maro-afflitto-tumore-fa-sciopero-chemio-201842006997.shtml)!
Non ci sono davvero parole per descrivere tutto ciò..... soltanto tanta amarezza, incredulità e anche rabbia per le ingiustizie che questi ragazzi devono subire!

Marco

mercoledì 11 luglio 2012

Carlo Calcagni abbandona il ciclismo per vincere la sua gara più importante

Campione sulle strade e fuori, l'elicotterista, vittima dell'uranio impoverito nelle missioni in Bosnia, abbandona le corse con un messaggio su facebook, per salvaguardare il cuore ed affrontare al meglio le delicate cure.

GUAGNANO - Il ciclismo è stato il suo karma per anni. Ma per Carlo Calcagni è arrivato il momento di scendere dalla sua bici da corsa. Niente più saliscendi per strada, sprint, frenate sulle curve, cuore e sudore sui pedali per raggiungere il traguardo, prima degli altri. C'è una lotta più importante, una gara estrema da affrontare nel suo lungo e personalissimo Calvario e serve tutto il suo talento, la sua determinazione, quella che lo ha sempre contraddistinto.

Lui non è uno qualunque: è abituato a calcare la terra, saggiando l'asfalto, con la stessa abilità con cui ha solcato i cieli, nutrendosi di nuvole e di visuali privilegiate. Un uomo dalle mille vite, forse dalle mille risorse, che è stato soprattutto un pilota, prestato alle due ruote, per cause di "forza maggiore", verrebbe da dire. "Fatalità" spiegherebbe qualcuno, provando a chiuderla lì con vergognoso pressappochismo. Non può bastare. Troppo comodo argomentarla così. I discorsi sarebbero lunghi, complessi. Poco concilianti.

Fatto sta che un campione vero ha deciso di lasciare il ciclismo. Lo ha annunciato con una lettera amara, struggente, affidata ad un social network, dove prova a spiegare le ragioni, fin troppo evidenti. Quelle della testa, che comanda e con ragionevolezza dice che è tempo di farlo, e quelle del cuore, che un po' su quella bici, fedele amica di anni di sofferenza, vorrebbe ancora pedalare e dar fiato alle gambe. Cuore e sudore, ancora una volta, ad issarsi sui pedali.

La notizia arriva da quel podio "scomodo" che è una clinica inglese, dove il maggiore ed elicotterista dell'esercito si reca sempre più spesso per sottoporsi a delicate e specialistiche terapie. Non è una storia qualunque la sua, da quando quel 30 ottobre 2007, è stato riformato per il 100% a causa di un'invalidità sopraggiunta, frutto di gravi infermità contratte in missioni internazionali.

Era stato in Bosnia, dove c'era la certezza, come in molti paesi dell'Est, che i contingenti americani avessero utilizzato l'isotopo u-236 per rafforzare l'effetto dei propri proiettili. Più di cinquanta ore di volo, per preparare le mosse, inalando una polvere dannosa, che oltre ad impastargli la bocca, gli ha avvelenato il corpo. Il suo sangue e i principali organi vitali hanno subito una contaminazione da "metalli pesanti", tossici sia a livello fisico, sia a livello chimico, sostanze non biodegradabili ed altre radioattive.

Le infezioni accertate riguardano fegato, midollo, tiroide, ipofisi, bronchi e reni. Solo dopo quattro anni, diversi accertamenti e varie biopsie, si è scoperto il nesso tra la sua patologie fisiche e l'esperienza bosniaca. Da allora, è iniziato il suo pellegrinaggio in Inghilterra: al dolore fisico, si è aggiunta la problematicità di dover scontare le controversie della burocrazia italiana, che non lo hanno facilitato nelle sue condizioni di "malato". Questo non è bastato neanche a togliergli la voglia di rappresentare davanti alle istituzioni la voce dei diritti di tutti quei soldati, che, come lui, vivono lo stesso dramma e su cui spesso e volentieri, anche nelle "stanze dei bottoni" (o soprattutto lì), si vuol far calare una cortina di omertà.

Le due ruote sono state l'occasione del suo "riscatto", anzi, forse semplicemente della sua "seconda vita" o della "terza". Per un uomo dalle mille vite non può essere altrimenti. La passione si è unita alla volontà di continuare a godere delle emozioni agonistiche, nonostante la "retrocessione" tra i cosiddetti "diversamente abili". Calcagni oggi abbandona la bici, per via della fatica a cui il suo corpo, a causa della malattia, è costantemente sottoposto e, sebbene il desiderio di combattere sia ancora grande. C'è un limite che non può essere umanamente valicato.

Il militare ringrazia, nella sua lettera, quanti lo hanno sostenuto, gli avversari sulla strada, i compagni di squadra, la sua famiglia, gli amici, ripercorrendo idealmente gli anni trascorsi in sella, dove sono arrivate tante soddisfazioni agonistiche e simboliche con ben 300 vittorie, 15 titoli di campione italiano assoluto e 2 mondiali.

"Il mio cuore - scrive - va salvaguardato, la mia vita è a rischio, non è più in grado di resistere ai ritmi imposti dagli allenamenti e dalle gare; dunque è questo il momento della scelta, il momento di fare una rinuncia dal sapore amaro. Lasciare le corse e pensare sempre di più a stare in pace con il mio fisico che ha bisogno di assoluto relax".

In realtà, Calcagni abbandona solo fisicamente la bici, perché un corridore vero non scende mai di sella, nemmeno quando la salita appare la peggiore da scalare, l'asfalto brucia le restanti forze e le ruote s'inceppano come ingranaggi impallati. Mette cuore e fiato, oltre la potenza delle gambe, che non reggono il ritmo dei pedali. La sua gara continua. La sua sfida è ancora da affrontare. E lui, c'è da scommetterlo, al traguardo vuole arrivare sollevando ancora le braccia. Perché cuore e sudore spingono oltre ogni ostacolo.

29 giugno 2012

di Mauro Bortone

FONTE: lecceprima.it
http://www.lecceprima.it/sport/carlo-calcagni-abbandona-il-ciclismo-per-vincere-la-sua-gara-piu-importante.html


Spiace apprendere questa notizia, cioè la rinuncia di Carlo Calcagni alla pratica del suo sport tanto amato, ma sinceramente non posso fare altro che condividerla.
Io stesso ho praticato e amato tanto il ciclismo e anche io ho dovuto rinunciarvi per questioni di salute, quindi posso bene immaginare il suo stato d'animo in questo momento..... ma la vita va comunque avanti, ed essa va sempre e comunque preservata e tutelata. Come dice giustamente l'articolo, ora c'è un altra salita da scalare, ben più ardua e difficile, quella della malattia, ed io sono più che convinto che la grinta che il Maggiore Calcagni riversava sui pedali, saprà ora essere indirizzata per cercare di contrastare e di vincere la malattia da cui è colpito. La salita non è finita, la battaglia nemmeno.... cambia soltanto il "mezzo" con cui la si affronta, ma grinta, forza e determinazione sicuramente non mancheranno.
Buona fortuna per tutto Maggiore Calcagni !

Marco

lunedì 9 luglio 2012

Bebe che corre sulle orme di Oscar. L’Europa a sostenerla


E’ stato Oscar Pistorius un giorno a dirle: “Ma perché non ti metti a correre anche tu?”. E lei: “Ok, ma tu devi fare con me un assalto di scherma”. Detto e fatto. L’assalto di scherma dovrà aspettare, con Oscar che deve pensare a Olimpiade e Paralimpiade, ma Beatrice Vio, Bebe per tutti, senza braccia e gambe dopo una malattia a 11 anni, da quel giorno si è messa in testa che a Rio 2016, oltre alla scherma, vuole fare atletica. Correre. Con le protesi di Oscar. Nell’attesa sarà tedofora a Londra, su quelle lame strane, e cercherà di vedere e raccontare più gare possibili della Paralimpiade. A sostenerla, si è mosso anche il Parlamento Europeo: 113 deputati di tutti i 27 paesi membri si sono schierati con lei.

Chi avesse dei dubbi sulla partecipazione di Oscar Pistorius all’Olimpiade, pensi a quanto questo sia d’aiuto a milioni di persone che si adagiano sulla propria disabilità. Bebe ha la forza di Pistorius. Unita alla freschezza dei suoi 15 anni. Per lei Oscar è un modello: “Non si ferma mai. Fantastico sapere che correrà anche all’Olimpiade”. Ecco perché Bebe ha cominciato anche a correre. Qualche settimana fa le prime prove sulle protesi da corse, che abbiamo documentato su InVisibili. Pochi giorni fa le prime corse in pista, a Mogliano e Trieste, davanti a un grande dell’atletica paralimpica, Alessandro Kuris, tecnico della Nazionale. “A Rio 2016 voglio partecipare anche nella corsa, se potrò, e non solo nella scherma”. Intanto si allena per farlo quando dovrà portare la torcia quale rappresentante dei “Futuri paralimpici” del mondo prima della Cerimonia d’apertura della Paralimpiade. E si disegna così: sulle lame con la torcia in mano. Un fenomeno. Che a sua volta sa ispirare la vita. Come Oscar.

A maggio è stata a Bruxelles, al Parlamento europeo, invitata dal vicepresidente Roberta Angelilli a parlare di bambini e disabilità. Ha incontrato il Presidente Schulz, ha colpito quel mondo politico a volte asettico. Saputo che non aveva la possibilità di poter assistere alle gare di Londra 2012, dal massimo organo politico europeo è cominciato il sostegno a Bebe, partito proprio dalla Angelilli, che si è fatta carico della sua vicenda, e culminato con una lettera indirizzata al Presidente del Comitato Paralimpico Internazionale, sir Philip Craven, con la richiesta di accreditarla ai Giochi Paralimpici, rappresentando il mondo dei giovani che attraverso lo sport superano la disabilità e sanno ispirare gli altri, con le firme moltissimi deputati, fra i quali cinque vicepresidenti, undici presidenti di commissione e intergruppi, oltre al passato presidente, Jerzy Buzek. Una mobilitazione senza precedenti. “Bebe è una ragazza meravigliosa con lo splendido dono di saper scaldare il cuore di chiunque ha la fortuna di incontrarla. E’ in grado di raccontare in modo semplice, ma efficace i valori profondi della vita e dello sport, quelli che incarnano lo spirito paralimpico. Esemplifica perfettamente i valori del coraggio e della determinazione, l’ispirazione che sa dare lo sport paralimpico e l’uguaglianza; la sua capacità di abbattere tutte le barriere è un esempio non solo per gli atleti paralimpici, ma per tutti noi e per tutti i bambini europei. Abbiamo potuto apprezzare queste qualità pienamente durante la sua visita al Parlamento europeo ed è per questo motivo che questo appello ha trovato un così ampio sostegno, con l’appoggio di 113 deputati del Parlamento europeo appartenenti ai 27 Stati membri dell’Unione europea”, è scritto nella lettera firmata dalla vicepresidente Angelilli.

Oscar e Bebe, due amici e due storie che si intrecciano, in questa estate olimpica e paralimpica. Facile capire, ora ancora di più, quanto sia importante quella corsa di Oscar verso Londra prima e a Londra poi.

di Claudio Arrigoni

5 luglio 2012

FONTE: invisibili.corriere.it
http://invisibili.corriere.it/2012/07/05/bebe-che-corre-sulle-orme-di-oscar-l%E2%80%99europa-a-sostenerla/