domenica 15 luglio 2012

La mia guerra al metallo killer


Intervista esclusiva da Londra il col. Calcagni, 43enne di guagnano, mentre lotta per sconfiggere gli effetti dell'uranio impoverito, confida al nostro settimanale:

"ORA VIVO PER AIUTARE I COLLEGHI CONTAMINATI"


Carlo Calcagni: "ORA MI BATTO PER CHI SOFFRE COME ME"

 

Parla l'On. Falco Accame 
Responsabilità politiche e militari: leggerezze fatali

Dal 1983 l’on. Falco Accame, ex ufficiale superiore di Marina ed ex-deputato alla Camera, opera per la tutela dei militari impegnati nelle varie operazioni estere. Con l’Anavafaf - Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate e Famiglie dei Caduti - di cui è presidente, si occupa tra l’altro delle conseguenze dell’uso di proiettili contenenti uranio impoverito nelle campagne a cui hanno partecipato soldati italiani. Secondo quanto egli stesso afferma, “era possibile intuire la pericolosità dell’uranio impoverito già all’epoca della prima Guerra del Golfo (1990-1991), soprattutto in seguito all’allarme che suscitò l’incidente dell’11 luglio 1991 a Camp Doha in Kuwait quando, a causa di un incendio, esplosero una grande quantità di proiettili e carri armati all’uranio impoverito”. Di certo, ben informati sul rischio erano gli americani. A dimostrarlo, il loro equipaggiamento durante la missione in Somalia del 1993: tute, maschere e guanti per proteggersi dalle micro polveri letali in grado di provocare l’insorgere di linfomi e tumori. Al fianco dei soldati americani, in Somalia, c’era però l’esercito italiano che, ignorando del tutto i pericoli della sostanza, lavorava a mani nude. Stando ai documenti ufficiali, infatti, l’Italia è venuta a conoscenza degli effetti devastanti che l’uranio impoverito poteva avere sulla salute dei militari, solo nel novembre 1999. Un ritardo di ben sei anni rispetto agli americani. “Quello dell’uranio impoverito - continua l’On. Accame - è un problema di responsabilità politiche e militari per non aver applicato tempestivamente le norme di precauzione necessarie; una leggerezza che ha messo a rischio la salute di moltissimi militari italiani coinvolti nelle operazioni all’estero. Stando agli studi sinora effettuati, il legame tra i tumori e l’uranio impoverito rimane nel campo probabilistico, al pari del nesso tra tumori e fumo. Questo, comunque, non giustifica la mancata precauzione”. Quanto alle cifre, Accame si attiene ai dati esposti dal col. Medico Roberto Biselli, Direttore dell’Osservatorio epidemiologico della Difesa. Durante la Commissione Parlamentare d’inchiesta del 22 febbraio scorso, infatti, il col. Biselli fa presente che il numero dei casi di malattia e decessi notificati dalle singole Forze Armate all’Osservatorio, relative alle patologie neoplastiche occorse nel personale militare dal 1991 al 21 febbraio 2012, ammontano in totale a 3761 unità: 698 di essi riguardano il personale che ha preso parte a missioni all’estero e 3063 riguardano militari che non hanno mai effettuato attività fuori area. I decessi, invece, sono complessivamente 479, di cui 96 verificati per persone che hanno operato in missioni all’estero e 383 per persone che sono rimaste in patria. L’on. Accame, però, sottolinea si tratta di dati “parziali perché considerano solo i militari in servizio, escludendo sia i militari in congedo (ricordiamo che un tumore può avere un periodo di latenza di 15-20 anni) che tutti i civili che hanno partecipato alle missioni estere con Onlus o altre organizzazioni quali il Ministero dell’agricoltura, la Presidenza del Consiglio, la Croce Rossa e così via”.

Il Prof Minelli: in alcuni pazienti il male rimane latente per anni

Le varie commissioni che si sono susseguite dal 2000 ad oggi non hanno mai documentato la relazione di causa-effetto tra l’esposizione all’uranio impoverito e l’insorgere di patologie. Per ovviare a questa lacuna, in veste di Consulente della commissione, il prof. Mauro Minelli, nel gennaio 2011 propose la creazione di una bio-banca all’interno del Centro Imid di Campi Salentina di cui è direttore. Sarebbe la prima bio-banca su tutto il territorio nazionale con il compito di monitorare i soldati nelle missioni all’estero, attraverso il prelievo e l’archiviazione di materiale cellulare (sangue, siero, urine, sperma e capelli, che sono grandi accumulatori di metalli) in diverse fasi: prima della partenza, durante la missione e precisamente dopo tre mesi, e al loro rientro. Il prof. Minelli, tiene a sottolineare che “l’uranio impoverito, piuttosto che agire in maniera diretta, crea un’azione di danno indiretta in quanto rende l’organismo più vulnerabile, più sensibile e, dunque, iperattivo. In questa iperattività, ogni volta che la sostanza (fattore epigenetico, o esterno) entra in contatto con l’organismo (fattore genetico), quest’ultimo subisce delle modificazioni a livello cellulare che agevolano l’insorgere della malattia. A creare differenze tra caso e caso è il fattore genetico: esistono, infatti, pazienti nei quali la malattia rimane latente per anni”.

Intervista Esclusiva / Parla il Colonnello originario di Guagnano contaminatosi in una missione all’estero

UN MESSAGGIO DA LONDRA: “CHI COMPIE IL PROPRIO DOVERE PER LA PATRIA MERITA ONORE E RISPETTO”

Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”… Quante volte l’abbiamo urlato nei campi di calcio? Quante volte abbiamo sorriso pronunciando questa frase? E, soprattutto, quanti hanno meditato sul messaggio che essa racchiude? C’è, però, chi questa frase non l’ha solo intonata dinnanzi ad un tricolore con la mano sul petto, ma si è ritrovato a viverla. Così è stato per il Col. R. O. Carlo Calcagni, il militare originario di Guagnano ammalatosi a seguito di una missione militare all’estero. Quasi stordisce quell’intreccio di decisione e tranquillità con cui ci racconta il suo calvario dalla clinica londinese di Breakspear Medical Group, dove è ricoverano da tre settimane. Pacato, sereno, emotivamente controllato. Di fronte alla malattia mostra quella dignità che lo Stato italiano spesso non riconosce alle vittime dell’uranio impoverito.
Sedici anni fa, la passione per il suo lavoro lo aveva visto in prima linea durante la missione di pace in Bosnia; oggi, la passione per la vita lo mette in prima nella sua personale guerra contro il metallo killer.

Da un documento del 1993 risulta che il Governo Usa aveva istruito il comando militare americano (che coordinava la missione in Somalia) circa i rischi connessi all’uranio impoverito. Dalle testimonianze di chi ha prestato servizio in Somalia, Iraq, Bosnia, Kosovo e Afghanistan emerge che mentre i militari americani indossavano tute speciali, guanti, maschere e bombole di ossigeno, gli operatori italiani effettuavano le bonifiche ambientali e maneggiavano materiale radioattivo senza protezione adeguata. Col. Calcagni, l’Italia quando è venuta a conoscenza di questo rischio?
I nostri vertici sapevano che determinate zone potevano essere pericolose per la salute dei militari, eppure questo rischio è stato ignorato, molto probabilmente perché l’Esercito Italiano non disponeva degli equipaggiamenti di protezione necessari. Tremila uomini era l’impegno che l’Italia aveva preso con la Nato; un impegno che i vertici italiani hanno mantenuto, con il rischio personale dei militari. La mia missione internazionale di pace ha avuto inizio in Bosnia nel gennaio 1996, in qualità di pilota elicotterista addetto al soccorso, ed è durata sei mesi. Generalmente, chi opera in un simile contesto si trova ad affrontare tutto ciò per cui è stato addestrato; noi, invece, abbiamo dovuto combattere con un nemico invisibile che ha fatto molte più vittime delle pallottole.

Quando ha scoperto di essere stato contaminato dall’uranio impoverito?
Nell’ottobre 2002, dopo il controllo annuale effettuato presso l’Istituto Medico Legale dell’Aeronautica di Roma per il rinnovo dell’idoneità al volo, sono stato trasferito a Viterbo per svolgere l’attività di istruttore di volo. Qui ho iniziato ad accusare spossatezza, eccessiva sudorazione e anche nelle gare di ciclismo la mia rendita calava. Decido, così, di fare dei controlli privati a Lecce. Il 18 novembre inizia la mia odissea. Una prima analisi delle urine denota la presenza di una serie di metalli tossici in quantità differenti: alluminio, cadmio, piombo, antimonio, arsenico, bario, cesio, nichel, tallio, stagno, mercurio e tungsteno. In seguito, da esami medici più approfonditi è venuta fuori una diagnosi complessa che vede: mielodisplasia, encefalopatia tossica da metalli pesanti, ipotiroidismo, ipogonadismo, polineuropatia tossica, nitrosamine addotte al Dna, disfunzione del sistema simpatico e parasimpatico, disautomia associata a Sindrome da fatica cronica, ipossia dei tessuti e Hypercapnoea, Sindrome di Gilbert, perdita della funzione vasomotore e di termoregolazione in tre arti, insufficienza renale, miocardite da sostanze tossiche e epatopatia cronica da contaminazione di metalli pesanti. Si trattava, quindi, di un malessere oramai cronicizzato che, pur non essendo stato rilevato in nessun altro controllo precedente, era senza dubbio presente da molto tempo.

Qual è l’iter delle cure cui è costretto a sottoporsi?
Ogni giorno devo fare 6 iniezioni, 4 ore di flebo, 18 ore di ossigenoterapia, 1 ora di infrarossi, la camera iperbarica e ben 300 compresse. Ogni lunedì e giovedì, poi, mi spetta una auto-emotrasfusione.

In seguito alla diagnosi, cosa ne è stato del suo lavoro?
Dopo aver comunicato gli esiti degli esami al mio comandante, ogni comunicazione con il mio reparto è sembra annullarsi. Nessuna chiamata, nessuno chiede informazioni sulla mia condizione. Sentivo di essere per loro un semplice numero adoperato per colmare questo o quell’altro turno. Tutto questo faceva male, ma feriva più il tentativo, da parte dei vertici, di negare la tossicità dell’uso dell’uranio impoverito. Il 30 ottobre 2007 (giorno del mio compleanno) mi hanno riformato con il 100% di invalidità. Da quel momento, per il Ministero, le relazioni interpersonali sono finite. Dopo cinque anni di battaglie contro la malattia e contro il sistema, ho ricevuto il riconoscimento della causa di servizio. Ora, da tempo, mi dedico allo studio delle leggi, di circolari e quant’altro per aiutare gratuitamente i miei colleghi e i parenti delle vittime di uranio. Successivamente è nata l’Associazione “Ruolo d’onore Carlo Calcagni” con lo scopo di far conoscere i diritti di chi è stato contaminato dal metallo killer ed aiutare chi era nella mia stessa situazione. È un impegno che, oltre a gratificarmi, sposa fedelmente il mio motto “donarsi, senza mai nulla pretendere”. Nell’ottobre del 2010 è stata istituita la Commissione d’Inchiesta sull’uranio impoverito, di cui io sono stato nominato consulente proprio in virtù della mia esperienza e delle conoscenze normativo-legislative acquisite. Nel frattempo, sono rientrato in servizio grazie ad una legge che mi permette di essere richiamato di anno in anno e, dunque, di avanzare di carriera. Attualmente, sono al mio terzo anno di reimpiego e sono stato promosso a Colonnello.

Nessun funerale di Stato per le vittime dell’uranio impoverito. Cosa ha da dire a riguardo?
In questi anni, purtroppo, mi è capitato di tirar giù dall’aereo qualche collega nel tricolore. Gli sfortunati che muoiono durante le missioni, vengono riconosciuti come figli della patria e proprio dalla madrepatria ricevono onori e medaglie. Chi invece, contaminato dall’uranio impoverito, rientra dalle aree di conflitto con le proprie gambe per poi soffrire in silenzio, è condannato a non ricevere né medaglie, né riconoscimento morale. Ed è triste dal momento che, in ogni caso, si tratta di uomini morti per aver compiuto il proprio dovere.

14 luglio 2012

FONTE: L'Ora del Salento

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