martedì 15 agosto 2017

Punto dalla zecca: raccolta fondi per aiutare Gaetano


MALATTIA DI LYME PER CURARSI NEGLI USA

Gaetano è partito all'inizio della settimana per la Germania per sottoporsi alle cure disintossicanti necessarie per contrastare gli effetti dei farmaci che deve assumere per curarsi dopo che, 15 anni fa, era stato punto da una zecca portatrice del batterio della Borrelia.
Quasi una banalità, se l'infezione viene individuata subito, ma lui ha saputo solo tre anni fa che era stata proprio quella puntura la causa dei tanti problemi di salute che ancora oggi si trascina. Nonostante le centinaia di esami fatti, la diagnosi giusta è arrivata quando ormai la malattia di Lyme, o neuroborrelliosi, era già diventata cronica. Per saperlo, però, Gaetano ha girato tanti ospedali e consultato specialisti in Italia e all'estero spendendo migliaia di euro. Soldi che non vengono rimborsati dal servizio sanitario nazionale e cure da fare prevalentemente all'estero, con i relativi costi di soggiorno.
Le spese stanno già mettendo in ginocchio la sua famiglia e la speranza di riuscire a mettere insieme la cifra necessaria per andarsi a curare negli Stati Uniti, dove esistono centri specializzati, è lontana. Prima di partire per la Germania, Gaetano è andato con alcuni amici in pellegrinaggio al Santuario di Fontanellato partecipando al Rosario e alla Messa vespertina per ringraziare di un inaspettato supporto arrivato solo qualche ora prima: l'associazione «Luce di Cristo Onlus», con sede in Via Verdi 3 a Parma, ha messo a disposizione il suo conto corrente per una raccolta fondi destinata a sostenere almeno una parte delle spese per le cure con la speranza di arrivare a coprire il viaggio negli USA. Chi vorrà partecipare all'iniziativa potrà effettuare la propria donazione sul conto corrente postale dell'associazione (Iban: IT90 H076 0112 7000 0007 8026 101) indicando nella causale del versamento «donazione per Gaetano».

c.d.c.

FONTE: La Gazzetta di Parma

martedì 1 agosto 2017

Malattia di Lyme, diagnosi dopo 15 anni di calvario


IL CASO L'odissea di un 33enne parmigiano, punto a 18 anni da una zecca

«Riconosciuta a Trieste, ma la Regione non mi paga le cure necessarie»

A 18 anni se ti punge una zecca forse non ci fai troppo caso. Forse 15 anni fa non ci facevano molto caso nemmeno i medici: una disinfettata, un antibiotico a largo spettro per sicurezza e via e se poi veniva la febbre, poteva essere un'influenza di stagione.
Eppure la puntura di una zecca può portare a problemi di salute davvero gravi. E' successo a Gaetano che oggi ha 33 anni e solo da tre conosce il nome della patologia che, fin da quando era ragazzo, gli ha creato problemi di salute sempre peggiori. Gaetano aveva un cane che, ogni tanto, dopo una corsa nei prati rientrava a casa con qualche zecca: difficile metterlo in relazione con febbre e i dolori muscolari. Dolori "strani" e che ogni tanto si ripresentavano facendo capire che qualcosa non andava. Nonostante le centinaia di esami fatti, solo tre anni fa è arrivata la diagnosi giusta: malattia di Lyme o neuroborrelliosi. Per saperlo, però, Gaetano ha girato tanti ospedali, consultato specialisti, sostenuto visite inconcludenti e speso migliaia di euro per sentirsi dire che aveva le più svariate malattie: dalla polineuropatie demializzante cronica alla fibromialgia, dalla miosite alla connettivite, dalla sindrome da stanchezza cronica all'elettrosensibilità e sensibilità chimica multipla, e nessuna di queste era, in realtà, la diagnosi giusta.
«E' stato solo nel 2015 che si è arrivati alla vera diagnosi grazie al Centro Lyme di Trieste guidato dal dottor Trevisan e grazie agli esami ematologici in Germania – ricorda Gaetano -. L'aver scoperto così tardi la vera causa dei miei problemi di salute ha reso cronica questa malattia, con gravi conseguenze a livello neurologico». Scoperta la patologia, però, il calvario non è finito: in Italia non è infatti riconosciuta una terapia per la forma cronica di questa malattia rara: le linee guida prevedono un ciclo di cura di 21 giorni, efficace solo per la forma acuta. 
«Sono costretto a rivolgermi ai centri medici privati specializzati esteri, sopratutto in Germania, sostenendo importanti spese per analisi e relative terapie. Le cure non consistoni infatti solo in antibiotici, antimalarici, antivirali e antiparassitari ma servono anche costose terapie integrative di supporto per la detossificazione del corpo». Spese che stanno mettendo in ginocchio la sua famiglia. «La malattia mi ha reso invalido al 67%, ho una sorella con un'invalidità del 100%, anche a mio fratello è stata diagnosticata la malattia di Lyme e la regione Emilia Romagna ha respinto la mia richiesta di rimborso di parte delle spese sostenute per le cure all'estero».
Ora il sogno è di andare a curarsi negli Usa, ma servono soldi che per ora non ci sono. «Occorre sensibilizzare i medici italiani sull'attenzione a questa malattia, ancora praticamente sconosciuta. A fine maggio a Venezia si è tenuto un congresso con due dei massimi esperti mondiali della Malattia di Lyme, il premio Nobel per la medicina Luc Montagnier e Richard Horowitz, ma pochi medici italiani hanno colto l'occasione per approfondire una patologia che, senza una diagnosi immediata, lascia a chi ne viene colpito solo la speranza di tenerla sotto controllo». 

c. dc.

Frequente negli Usa

Fra i Vip colpiti Richard Gere e Alec Baldwin

La malattia di Lyme prende il nome da un piccolo centro del Connecticut dove nel 1975 si verificarono numerosi casi di infezione. Negli Stati uniti è la patologia che si diffonde più rapidamente dopo l'Aids e anche i Vip non ne sono immuni: nel 2000 Richard Gere dovette allontanarsi per un periodo dal set di "Autumn in NY" per affrontare le cure, nel 2013 è stata colpita Avril Lavigne, la modella Bella Hadid ha reso pubblico su Istagram il contagio della madre Yolanda Foste, l'ex campionessa di tennis Jennifer Capriati ha rivelato su Twitter di essere malata, Alec Baldwin ne soffre in forma cronica, Ben Stiller si è accorto della malattia grazie a dei controlli per un'infezione al ginocchio e ne è stato colpito persino l'ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush.

FONTE: Gazzetta di Parma


La malattia di Lyme è una delle patologie più dolorose che esistano e, al contempo, una delle più sottovalutate, sopratutto nel nostro paese. Postando questo articolo mi auguro di contribuire un pochinino a divulgare questa patologia che, come detto, è ancora troppo poco considerata. E questo è davvero un grande peccato perché prima questa patologia viene diagnosticata e meglio si può intervenire su di essa per sradicarla. Ma perché venga diagnosticata occorre che si conosca e per farla conoscere bisogna parlarne. Per contro se questa patologia viene diagnosticata dopo molto tempo, diventa tutto assai più difficile, perchè è come se mettesse le radici.
A Gaetano Manno, protagonista suo malgrado di questa dolorosa vicenda, faccio i miei più cari Auguri, e invito tutti a seguire la sua storia e il suo percorso nella pagina Facebook a lui dedicata.
Un carissimo augurio di guarigione a lui e a tutte le persone colpite da questa subdola, sottovalutata, dolorosa malattia.

Marco

giovedì 29 giugno 2017

Mamma disperata racconta cosa significa vivere tra i vigneti gasati di pesticidi


"Mio figlio costretto a giocare in una nube tossica"

CONEGLIANO - Una staccionata divide i vigneti dall’orto di Elena. Da una parte, gli agricoltori che irrorano i fitofarmaci. Dall’altra, i bambini che giocano in una piscina gonfiabile.

Una scena ordinaria quella immortalata dal video postato sulla pagina Facebook di “Colli Puri”. Una sequenza di immagini che fa da didascalia alle parole di Elena, mamma coneglianese che nei giorni scorsi ha riferito al Comitato i suoi timori per la salute del figlio, del bimbo in arrivo, di lei stessa.

Abbiamo avuto la sfortuna di comprare anni fa una casetta in mezzo ai vigneti - racconta Elena - Abbiamo fatto e stiamo facendo enormi sacrifici per pagarla e per sistemarla, poiché era molto decaduta. Eravamo ignoranti in materia, e non sapevamo ancora quanto pericoloso fosse abitare attorniati dai vigneti”. Elena spiega di vivere in continua tensione: è sfinita, ma anche arrabbiata. “Ci siamo dati molto da fare in questi anni per promuovere la battaglia contro i pesticidi - continua - ma poco o niente è cambiato e io sono affranta”.

Portavolce del Comitato Colli Puri è Fabio Padovan, che proprio per fuggire ai pesticidi si è di recente trasferito dalla campagna al centro di Conegliano: 
Quegli extraterrestri arrivano bardati, coperti, con mascherine e caschi - Padovan descrive così gli agricoltori - Gettano in aria, ai quattro venti, il loro carico velenoso e se ne vanno. 

Quella miscela che costringono a far respirare agli altri è veleno pericoloso, che contribuisce a creare e diffondere le peggiori patologie. Che possiamo fare?

La battaglia contro i fitofarmaci non viene combattuta solo sui colli di Conegliano. “La protesta è viva anche a Revine Lago e a Refrontolo - spiega Padovan - ed è guidata principalmente da donne che spontaneamente decidono ora di dire basta ad una terribile situazione diventata insostenibile”.

Sollecitato dai cittadini il Comitato Colli Puri ha scritto ieri sera al Prefetto di Treviso Laura Lega, anche lei donna, affinché 
ponga fine alle continue illegalità che si commettono quotidianamente nell’area DOCG Prosecco”. 

3 marzo 2017

FONTE: Il Nuovo Mondo

giovedì 1 giugno 2017

L’amaro caso di Loretta Facelli


Oggi affronto un argomento serio e drammatico. E, contravvenendo a quella che è quasi un dogma del giornalismo, evitare cioè aggettivi ed avverbi, ancor più se questi enfatizzano i concetti, adopererò tutte le qualificazioni possibili per denunciare, stigmatizzare, definire inaccettabile quanto sta accadendo ad una signora di Vercelli. Si chiama Loretta Facelli e da qualche tempo vive una condizione gravissima. Situazione quella di Loretta, che ti fa capire come spesso le cose che dovrebbero essere normali diventino impossibili. Loretta è affetta da malattia di Lyme, che oggi l’ha portata ad uno stato terminale. La malattia di Lyme è causata dalla puntura di una zecca. Se individuata per tempo, le conseguenze sono molto minime. Ma se la diagnosi non è tempestiva, col passare del tempo e degli anni si può arrivare alla morte. Loretta Facelli poco più di 16 anni fa è stata punta da una zecca. Non si accorse dell’incidente, notò un punto rosso sull’epidermide, si fece controllare, ma si pensò ad una reazione normale causata da qualche insetto. Insomma, nessun allarme scattò. Loretta proseguì la sua vita, ritenendo che niente fosse accaduto e che nessun pericolo potesse correre a causa di quell’episodio. Dopo 16 anni Loretta Facelli è in stato terminale, il morbo vigliacco e non per tempo determinato, lentamente e inesorabilmente la sta consumando. E gli effetti sono del tutto uguali a quelli del cancro. Insomma, per essere chiari e diretti, nessuno dei medici si è accorto di cosa stesse capitando a questa donna. I sintomi peggioravano e non si considerò, tra le tante, anche la possibilità della malattia di Lyme, patologia di cui è, peraltro affetta la stessa zecca. Cure appropriate e fatte per tempo avrebbero senza alcun dubbio evitato il peggio.
Oggi Loretta vive tra sofferenze atroci. I dolori sono insopportabili, la morfina che da qualche tempo è costretta ad assumere non attenua il peso di ciò che è un’autentica tortura. In Italia, inoltre, sulla patologia, secondo quanto mi riferiscono alcune persone, siamo più o meno agli inizi dell’impegno. In alcuni nazioni estere, invece, sono state sperimentate cure con buoni risultati. Ma Loretta non solo non è più autonoma nei movimenti, ma non ha neanche il denaro necessario per organizzare il ricovero oltre i confini patrii. Oggi è assistita, pensate un po’, in casa e dalla madre di 72 anni. Avrebbe la assoluta e innegabile necessità di essere ricoverata in un hospice per malati terminali. Ma nemmeno questo sembra essere possibile. Una serie di intoppi burocratici, tipicamente italiani e che si riproporrebbero da anni, non hanno finora consentito il riconoscimento di un diritto che in una nazione civile dovrebbe essere elementare e garantito. Tutto ciò è semplicemente fuori da ogni logica e da ogni umanità. Ribadisco: inaccettabile.
In questi anni Loretta non è stata lasciata sola completamente, amici e assistenti sociali hanno combattuto e lottato per farle vivere una quotidianità dignitosa. Lei stessa sfoga la sua indignazione, quando i dolori glielo consentono, con esternazioni pubbliche e attraverso il suo profilo di Facebook. La stampa piemontese si è interessata del suo caso, ma è evidente che nessuno si è mosso. Loretta è costretta ad una inopportuna e improduttiva assistenza domiciliare. In questi giorni sono stato in contatto con chi, volontariamente, la affianca e combatte per un diritto sacrosanto. La sfiducia, è comprensibile, comincia a serpeggiare. Ma nel contempo la forza di non abbandonare del tutto il campo di battaglia c'è. Questo approfondimento ne è un esempio. E grazie anche al bombardamento, in questo caso sempre auspicabile, di informazioni su Loretta se l’attività mediatica non è scemata.
Lo stato italiano, dunque, non è in grado di dare assistenza ad una sua cittadina gravemente malata. E tutto ciò avviene in un’area del profondo Nord, dove l’efficienza è regola. Cosa è accaduto? Cosa sta accadendo? Approfitto di questa pagina, per lanciare un messaggio anche a chi all’estero opera nella sanità e a chiunque altro legga questo approfondimento. Dall’America qualcuno può tendere una mano di aiuto concreto a questa donna, che avrebbe potuto vivere un assistenza normale, serena e gioiosa ed è, per un approccio approssimativo al suo caso, invece condannata ad uno stato di patimenti inenarrabili? Non mi fermo a questo quesito. Grandangolare.com continuerà a seguire, approfondendo gli aspetti scientifici, questo caso. L’amaro e assurdo caso di Loretta Facelli.

di Enzo Romeo

FONTE: Grandangolare.com

domenica 21 maggio 2017

MCS, la vita spezzata di Roberta


Parla la donna di Civita Castellana la cui malattia non è riconosciuta dal servizio sanitario nazionale: ''Reclamo il mio diritto alle cure''

CIVITA CASTELLANA - Lei si chiama Roberta G., vive a Civita Castellana, ha quaranta anni e ViterboNews24 si è già occupato di lei parlando di malattie rare. Roberta, la cui sindrome è classificata appunto tra queste ultime, non ha libero accesso alle cure sia per il male che la affligge sia per qualsiasi, anche semplice, disturbo di cui potrebbe soffrire. Qualche mese fa ha scoperto di essere affetta da MCS (Sensibilità Chimica Multipla o stress ossidativi da neurotossine) e la sua vita si è come spezzata. Al momento, la malattia è degenerativa e irreversibile, la si può solo rallentare ma non fermare.

Nonostante ciò, Roberta per la sanità italiana e per la legge italiana non esiste.

Vive (forse sarebbe meglio dire sopravvive) isolata (ad eccezione del marito e della sorella che si prendono cura con amore e sacrificio di lei) nella sua casa civitonica, indossa per quasi tutto il giorno una speciale mascherina, manifesta tutta la sintomatologia del male (astenia, dolori fortissimi alle articolazioni, incapacità dell’organismo ad espellere elementi chimici tossici, perdite di conoscenza, difficoltà alla metabolizzazione dei farmaci, deficit enzimatico e respiratorio, solo per citarne alcuni), non può uscire tranne che per brevi spostamenti, non può assumere tutti gli alimenti comuni tranne solo una decina, necessita di cure mediche costosissime, le è proibito l’uso di apparecchi come cellulari e computer. Insomma, nonostante la giovane età e la straordinaria voglia di vivere e lottare, incontra giorno dopo giorno difficoltà insormontabili.

La prima sta proprio nel riconoscimento da parte della medicina ufficiale e delle istituzioni governative del disturbo che la affligge. "Noi malati di MCS combattiamo una doppia battaglia – racconta la giovane -, contro la malattia che per noi è reale, dolorosa, devastante, invalidante e contro lo scetticismo della classe medica e della gente. Noi tutti affetti da MCS avremmo voluto, al momento delle prime analisi approfondite, si trattasse di malattia psicosomatica, ma purtroppo la realtà è diversa. Per me anche il solo respirare costituisce un rischio costante. Non è bello rinunciare alla propria sfera privata, soprattutto in queste condizioni fisiche, ma spero che la mia storia, se non a me in questo tempo che mi è dato di vivere, serva in un futuro non troppo lontano a tutti coloro che come me e dopo di me dovranno affrontare tutta la drammaticità di questa patologia, che mi auguro possa un giorno essere non solo riconosciuta come dovrebbe ma anche sconfitta''.

''Quello che denuncio è il semplice fatto che mi è impedito l’accesso alle cure - aggiunge -, non solo per la MCS ma anche quelle generiche, poiché nel mio stato non mi sarebbe possibile assumere farmaci comuni o subire ospedalizzazioni come per tutte le altre patologie, rischierei di morire in pochissimo tempo''.

Nonostante il Ministero della Salute abbia emanato un documento che riconosce la MCS come malattia rara solo in quattro regioni (Lazio, Veneto, Marche ed Emilia Romagna), queste hanno cercato di attrezzarsi per far fronte all’emergenza. In realtà non è stata recepita alcuna direttiva nè in termini di ricerca, nè in termini di attrezzature specifiche per il trattamento di questi casi, e solo al Policlinico Umberto I di Roma esiste presso lo sportello Malattie Rare un punto di riferimento per i pazienti e le famiglie. Basta fare il solito giro su internet e la letteratura degli altri Paesi sulla MCS risulta vastissima, gli studi sono approfonditi e seri, l'attenzione dei presidi sanitari europei e di oltre atlantico non abbassa mai la guardia ed i pazienti hanno cure, risposte e speranze.

''La malattia è stata diagnosticata dal professor Giuseppe Genovesi, all’epoca responsabile del dipartimento di Malattie rare del Policlinico Umberto I di Roma, che ha rilasciato (dopo aver eseguito un protocollo diagnostico condotto da specialisti neurologi, nutrizionisti, allergologi, immunologi) un'approfondita e nutrita documentazione con relativa cartella clinica e dettagliata diagnosi. Conducevo una vita normalissima, - sorride Roberta con i grandi occhi verdi appena scoperti dalla mascherina che indossa ed ora appena velati dalla commozione -, una famiglia, il lavoro tutti dicevano che ero una bravissima estetista capace, impegnandomi, di fare qualunque cosa, un marito e moltissimi amici. Tranne che alla mia famiglia, senza la quale non sarei qui oggi a lasciare la mia testimonianza, ho dovuto praticamente rinunciare a tutto il resto''.

Roberta non gode di esenzione medica, non le è riconosciuta alcuna invalidità, non può chiedere rimborsi per le enormi spese mediche nè la pensione. In generale la classe medica italiana o rifiuta il problema o solo se ne disinteressa. Tuttavia la donna non può lavorare, deve curarsi, necessita di tutto per sopravvivere e non dispone di risorse finanziarie inesauribili.

''La casa dove vivo deve essere costantemente resa asettica da un purificatore speciale, posso alimentarmi solo con pochi e selezionati cibi biologici (zucchine, patate, pollo e pesce) a volte del riso biologico e posso assumere solo alcuni tipi di frutta che devo spesso liofilizzare con uno speciale estrattore che non distrugge gli enzimi contenuti nelle sostanze primarie - racconta -. Utilizzo una particolare sauna che mi aiuta ad espellere le sostanze tossiche, che le cellule dei miei organi non riescono a metabolizzare. Ho dovuto bonificare tutta la casa, perfino le lampadine a basso consumo, sono nocive per me. Anche le plastiche, i detergenti ed i detersivi, ma l'elenco è lungo. Ho praticamente tutti gli organi compromessi, qualsiasi sostanza tossica inalo agisce (particelle di polveri sottili, vernici, diserbanti, prodotti per l’igiene personale, cibi non biologici) sul loro cattivo funzionamento e quindi cambia la reazione a seconda del danno di entità ed esposizione che subisco. Tutto questo dura per diversi giorni. Spendo quasi duemila euro al mese per curarmi e se volessi andare all’estero per avere una qualche speranza di vita solo per organizzare un trasporto speciale dovrei spenderne più di 50mila. Il mio stato peggiora e perdo tollerabilità giorno per giorno. Reclamo solo una cosa: il diritto fondamentale alla cura”.

Questa donna col suo coraggio, la sua voglia di vivere, il suo ingegno (per non rinunciare ad un minimo di femminilità riesce a truccarsi con prodotti naturali che si prepara da sola), il suo esempio ed il suo bellissimo sorriso, bussa discretamente alle coscienze di tutti, se non altro per ricordare che esiste il valore della dignità umana unito al diritto alla salute, per i quali non si dovrebbe mai derogare. Soprattutto non dovrebbero coloro che hanno la responsabilità della salute dei cittadini, così come sancito dal dettato costituzionale.

di Domenico Cacciola

16 giugno 2016

FONTE: Viterbo News 24

domenica 14 maggio 2017

È elettrosensibile: «Una nuova antenna qui: come farò a vivere?»


Rapallo - «Non ci dormo la notte». Graziella Carrara, genovese, 53 anni, ha impiegato dieci anni, per trovare l’appartamento adatto alle sue necessità vitali. Priorità numero uno: non avere attorno ripetitori. Priorità numero due: non essere in un condominio per evitare quei lavaggi delle scale o quell’uso di cellulari e computer da parte dei vicini che sarebbero insostenibili, per lei. Perché Graziella Carrara è elettrosensibile ed è affetta dalla Sindrome da Sensibilità Chimica Multipla. Ha dolori lancinanti, soprattutto alla testa e agli occhi, se attorno ha anche solo un telefono cellulare o un computer acceso.

E, allo stesso tempo: non può sopportare profumi, detersivi, vernici ma anche odori intensi come quello «di un cesto di limoni o dell’aceto». Abitava a Nervi. Con il marito Umberto Mascetra, ingegnere, cinque anni fa ha acquistato l’appartamento in via Brin, che rispondeva a quei requisiti indispensabili. Ora, la beffa: a pochi metri di distanza, in linea d’aria, in via Ghizolfo, la signora Graziella Carrara, elettrosensibile, potrebbe trovarsi il più grosso ripetitore mai installato a Rapallo. Per lei, sarebbe pericolosamente insostenibile.

Da qui: ha scritto al sindaco di Rapallo Carlo Bagnasco, qualche settimana fa. E il primo cittadino, ieri, è andata a trovarla a casa sua. «Non potevo garantire che in Comune tutti spegnessero il cellulare. Ho scelto di venire io, qui da lei» dice, il primo cittadino rapallese. La signora Graziella Carrara è riconosciuta come invalida al cento per cento. Per incontrarla, bisogna tenere il cellulare spento e non avere profumi addosso.

«Mi sono ammalata nel 1993, la diagnosi di sindrome da MCS (Sindrome da Sensibilità Chimica Multipla) è arrivata solo nel 2006, con il professore Giuseppe Genovesi». Prima di quel 1993 la signora Graziella Carrara aveva iniziato lavorando all’Ibm per poi passare alla carriera da rappresentante. Poi, ha iniziato a stare male. Le visite, la difficoltà a capire le cause del dolore, le diagnosi diverse: «Siamo arrivati a spendere 80 mila euro fra visite e accertamenti – racconta il marito Umberto Mascetra, che è una vera e propria colonna per la moglie – l’Agenzia delle Entrate ci contattava sempre, non se ne capacitavano».

Dalla diagnosi a oggi, il suo grado di sindrome da MCS è salito al quarto (su quattro). Graziella Carrara non può lavarsi con “normali” saponi: quello che usa per le mani, senza agenti chimici e senza profumi, costa sui 27 euro al litro. Può dormire solo nel suo letto: le lenzuola le lava a 90 gradi, in una lavatrice apposita; nella seconda lavatrice, deterge tutto il resto. Se attorno qualcuno brucia sterpaglie, lei è costretta a tappare con il nastro isolante ogni parte delle finestre, per evitare anche solo il minimo passaggio di odore acre. Non può prendere medicinali.

Cammina molto, quando può. Ha dolori lancinanti che spesso la costringono a stare sdraiata. Il marito che torna dal lavoro, prima di entrare in casa deve «decontaminarsi», togliendo gli abiti che hanno assorbito quanto è nocivo, per lei. Quando è dovuta volare a Dallas, in un centro specializzato, in aereo non l’hanno accettata, non potendo garantire che non ci sarebbero stati profumi e odori a bordo.

«Ho fatto così la crociera transoceanica, l’Msc è stata splendida smontando e adattando una cabina apposta per le mie esigenze». Dal dentista fissa l’appuntamento solo se è la prima visita della settimana, al lunedì e «solo se le scale del condominio non solo state lavate». Sprazzi di una quotidianità che sarebbe impossibile, per molti. Ora, al danno anche la beffa dell’antenna. «Il mio sogno? Una zona di Rapallo priva delle radiazioni delle antenne e dagli odori».

di Silvia Pedemonte

23 febbraio 2017

FONTE: Il Secolo XIX  

venerdì 5 maggio 2017

Paolo de Rocco, l'architetto dell'accessibilità


Il 5 maggio 2012, esattamente 5 anni fa, è morto l’architetto Paolo de Rocco. Quante persone conoscono quest’uomo, nonché figura professionale di altissimo livello? Forse non sono tantissimi a conoscerlo, se non forse, immagino io, coloro che sono nel ramo dell’architettura o della disabilità, o che comunque si intendono di esse.
Ma proprio a lui ho deciso di dedicare un articolo sulle pagine di questo blog, a 5 anni esatti dalla sua scomparsa, perché Paolo de Rocco non è stato un architetto qualsiasi, ma un vero e proprio pioniere della progettazione accessibile, che lavorò instancabilmente nello studio di soluzioni per l’eliminazione delle barriere architettoniche. E’ stato un uomo che ha fatto emergere una nuova sensibilità nei confronti delle persone con disabilità, e soprattutto su questo punto va ricordato il suo enorme operato, culminato col premio regionale Solidarietà ricevuto nel 2006, a merito della sua costante, fervorosa, intraprendente opera.

Nato nel 1950, è quasi impossibile riassumere in poche righe la mole delle ricerche e dei progetti nel campo dell’architettura dell’accessibile, del paesaggio e non soltanto, da lui operati, alcuni dei quali veramente pioneristici.

Giovane architetto, De Rocco, negli anni immediatamente successivi al sisma che colpì il Friuli nel 1976, assieme alla collega e futura moglie Maria Costanza Del Fabro, elaborò uno studio pubblicato dalla Segreteria Generale Straordinaria per la Ricostruzione delle zone terremotate nel 1979, che rappresentò il primo autorevole e organico manuale italiano in materia di accessibilità. Si trattò di una pubblicazione di respiro europeo, frutto non solo di una solida professionalità, ma anche di numerosi viaggi di studio all’estero e di contatti con i più autorevoli esperti dell’epoca in questa materia. La pionieristica ricerca, che comprendeva ben 259 schede tecniche e che ancor oggi è più valida di molte recenti realizzazioni, rappresentò un contributo fondamentale agli studi sulla fruibilità dell’ambiente costruito.
Paolo de Rocco del resto era così: un uomo di profonda cultura, mai superficiale, attentissimo alle novità e sensibilissimo ai bisogni dei disabili. Aveva un carattere non facile che non di rado lo portava in contrasto con altre persone, ma questo perché non amava mai scendere a compromessi e ciò gli procurò talvolta fraintendimenti e ostacoli. Era anche un grande innovatore, come ricorda sua moglie Maria Costanza: «Era una di quelle persone che precorrono i tempi su tante cose, per le quali non veniva capito subito e per questo ci rimaneva male».
Tra le tante cose fatte si ricorda per esempio come, nel 1981, affiancò l’Associazione assistenza spastici nella prima campagna di sensibilizzazione sui problemi della disabilità e dell’accessibilità. Un progetto che, 5 anni più tardi, segnò il via all’abbattimento, a Udine, davanti alla biblioteca Joppi, di un gradino che diventò il “simbolo” di un nuovo modo di progettare.
Per tutta la sua carriera De Rocco mantenne rapporti stretti con questa, ma anche con molte associazioni di persone con disabilità, come la UILDM di Udine (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), per la quale fu promotore di una delle prime rilevazioni a tappeto della città di Udine, di un laboratorio-percorso accessibile e di una mostra fotografica sulle problematiche in tema di barriere architettoniche del capoluogo friulano, realizzata con la collaborazione di Bruno Cignacco. Suo, tra l’altro, è il progetto della comunità residenziale Piergiorgio di Udine.

De Rocco lavorò instancabilmente anche in materia di architettura del paesaggio, e tra i suoi lavori più rilevanti si ricorda il Sanvitese (lavorò per un periodo anche su palazzo Altan). Un posto particolare nel suo cuore l’ha riservato alla riqualificazione paesaggistica e ambientale del Cimitero degli Ebrei e del Bosco della Mandiferro, a San Vito, ambito che gestiva con l’associazione di cui era ai vertici. Si occupò anche della ricostruzione paesaggistica di luoghi nieviani (Fontana di Venchiaredo) e pasoliniani (Versutta e tomba di Pasolini).

Parte rilevante del suo operato Paolo de Rocco lo ebbe anche con le università, come quella di Udine nella quale insegnò a più riprese e fu invitato a conferenze, corsi e seminari in varie parti d’Italia, in qualità di esperto ai massimi livelli. Si ricorda come, nel 1983, lui assieme a sua moglie organizzarono a Udine, per conto della Facoltà di Ingegneria dell’Ateneo friulano e in collaborazione con il Comitato di Coordinamento delle Associazioni delle Persone Disabili, il primo corso universitario in Italia sulla progettazione accessibile, esperienza che fu replicata anche a Venezia e che ebbe ampio seguito in molte altre università italiane.

Dopo tanti anni di attività nel capoluogo friulano, Paolo aveva aperto assieme alla moglie uno studio a San Vito al Tagliamento, cittadina del Pordenonese dov’era nato e dove viveva.

Tante e significative sono le testimonianze che parlano dell’umanità e della professionalità di Paolo de Rocco, e tra queste menziono quella di Innocentino Chiandetti, consigliere della sezione udinese dell’Unione italiana lotta alla distofia muscolare (Uildm), che di lui ricorda: «Mi legava a lui una grande amicizia e una profonda stima. Era un architetto a tutto tondo, uomo molto colto e figura eclettica. Era una persona generosa e severa, a partire da se stesso, sia sul piano professionale sia su quello umano. Sensibilissimo agli aspetti sociali legati alla sua professione, diventò un pioniere della lotta alle barriere architettoniche e il mondo della disabilità gli deve moltissimo. Basti pensare che girava l’Europa per apprendere nuovi approcci e portarli in Italia e più precisamente in città, facendo diventare Udine la capitale dell’accessibilità di cui oggi possiamo andare fieri. Non possiamo che ringraziarlo ancora una volta per tutto ciò che ha voluto donarci con il suo impegno e il suo insegnamento».

Il mondo della disabilità, e non solo, deve molto a questo innovatore, intraprendente architetto…. e se molti passi in avanti sono stati compiuti in questi ultimi decenni nell’abbattimento delle barriere architettoniche, nonché nella progettazione di strutture a misura di persone diversamente abili, lo si deve anche a lui.
Con molta gioia quindi, ricordo quest’oggi, a 5 anni dalla sua scomparsa, quest’uomo sensibile e colto, serio e professionale, che ha lasciato una grande impronta dietro di sé.
Grazie Paolo!

Marco

FONTI: Il Messaggero Veneto, Superando

domenica 9 aprile 2017

Sensibilità Chimica Multipla. Le storie di Elena e Alina

Gentile Direttore,
mi chiamo Elena Piva, ho 31 anni e sono originaria di Brescia. Sono interprete di conferenza e traduttrice. Dopo essermi laureata con lode a Trieste nel 2011, ho iniziato a lavorare presso il Servizio linguistico di un’azienda svizzera. Nel 2015 la sede dell’azienda venne trasferita in un nuovo edificio, di recentissima costruzione. Io fui tra i primi ad occupare la nuova sede, mentre i lavori erano ancora in corso nei piani sottostanti.

L’edificio era privo di finestre e dotato di un sistema di aerazione artificiale basato sul riciclo d’aria, volto al recupero di calore e di conseguenza all’efficenza energetica. Sin dal primo giorno percepimmo tutti un forte odore di sostanze chimiche, legato alle colle delle moquette, alle vernici, al nuovo arredo e agli stessi materiali di costruzione. Tuttavia, non ci prestai particolare attenzione, perché non mi dava alcun fastidio.

Circa un mese dopo, improvvisamente, mentre ero al lavoro iniziai ad avvertire dispnea e difficoltà respiratorie mai avute prima. Uscendo dall’ufficio la situazione migliorava, ma ogni giorno il copione si ripeteva. Circa una settimana dopo iniziai ad avere disturbi respiratori anche in casa. Cominciai dunque a preoccuparmi e mi recai al Pronto Soccorso. Dopo aver effettuato le visite e gli esami del caso, mi venne diagnosticata una semplice tracheite, che avrebbe dovuto risolversi in breve tempo.

Così però non fu. Verso fine maggio 2015 mi rivolsi quindi a un allergologo e pneumologo svizzero, che effettuò prick test per numerosi allergeni, tutti negativi. La spirometria evidenziò invece asma bronchiale, che il medico non seppe ricondurre ad alcuna causa specifica. Mi prescrisse quindi antistaminici e uno spray cortisonico da utilizzare mattino e sera. Lo spray mi permise di tollerare un po’ meglio le 8/9 ore giornaliere trascorse in ufficio, ma fui anche costretta ad acquistare un depuratore e a sperimentare diverse postazioni di lavoro, nel tentativo di alleviare i disturbi.

Nei mesi successivi riuscii a resistere in ufficio, seppur con una dispnea che non mi abbandonava mai. Iniziai allora una serie di lunghe ricerche su Internet, poiché sospettavo che la causa del mio malessere potesse essere ricondotta alle sostanze chimiche respirate nel nuovo ambiente di lavoro. Venni così a conoscenza di una malattia neuroimmunotossica infiammatoria chiamata MCS, provocata proprio da esposizioni acute e/o prolungate a sostanze tossiche.

Appresi anche che il principale immunologo che si occupava della patologia in Italia era il Prof. Genovesi di Roma. Una visita e una serie di esami genetici confermarono purtroppo la diagnosi di MCS. Nel frattempo i miei sintomi stavano peggiorando: disturbi respiratori anche esponendomi a smog, fumo di sigaretta o di altra origine. A febbraio 2016 non ero più in grado di respirare in ufficio e dovetti optare per il telelavoro da casa. Anche qui con depuratore costantemente in funzione e finestre quasi sempre aperte sebbene fosse inverno. Esasperata dalla situazione, a giugno 2016 mi recai alla Fundación Alborada di Madrid, uno dei due centri d’eccellenza europei, specializzati nel trattamento di questa patologia. Lì ho effettuato alcuni cicli di fleboclisi con antiossidanti naturali per favorire la disintossicazione dell’organismo.

Mi sono state inoltre testate 75 sostanze, al fine di produrre 3 vaccini personalizzati che mi somministro 2 volte al giorno ciascuno (terapia di desensibilizzazione a basso dosaggio). Negli ultimi mesi sono stata anche costretta ad abbandonare il mio appartamento di Berna, poiché la stanchezza e i dolori muscolari e articolari erano diventati insostenibili.

Da tre mesi ho preso temporaneamente in affitto una casetta in Calabria, a 20 metri dal mare. Mia madre ha dovuto lasciare tutto per stare con me. Qui, in un ambiente incontaminato, ho abbandonato gli spray cortisonici, ho ripreso le forze e posso fare lunghe passeggiate in spiaggia.

Tuttavia, non riesco ancora ad uscire in paese perché smog, fumi delle stufe a legna, profumi vari mi provocano ancora forti dolori e spossatezza che possono durare giorni. Sto vivendo quella che definisco una non-esistenza: semi segregata in casa, senza nemmeno poter uscire a fare la spesa o frequentare luoghi pubblici di nessun tipo. Lontana dal lavoro, dagli amici, dalla mia casa, in attesa di miglioramenti.
A 30 anni la vita è un’altra cosa.

Elena Piva


Gentile Direttore,
sono un’infermiera Ucraina di 55 anni, mi chiamo Alina, sono arrivata in Italia nel 2003 e vivo a Varese. Sono stata in buona salute fino al 2008 quando una sera, durante la cena, ho accusato un forte dolore alla testa seguito da un svenimento. Portata al pronto soccorso sono stata sottoposta alla TAC con esito negativo, e diagnosi di crisi catatonica.

Dimessa dopo poche ore, per qualche mese sono stata bene, poi si sono ripresentate queste crisi sempre più frequentemente, e sempre scatenate dall’assunzione di cibo, accompagnate da dolore crampiforme addominale e da sensazione di “sonno profondo”.

Per tali episodi, nel 2010 sono stata ricoverata per accertamenti e sottoposta a: colonscopia, gastroscopia entrambe con biopsia, visite gastroenterologiche, neurologiche, psichiatrica, TAC encefalo, ECO addome, Ecocolor doppler cardiaco, Ecocolor doppler carotide, EEG,RMN addome, con studio delle anse intestinali tutti risultati nella norma, tranne l’esame ECD arteria mesenterica, che evidenziava un legamento arcuato con difficolta del flusso sanguigno. Alla fine dell’iter diagnostico con dieta a base di liquidi, e una perdita di peso di 8 kg sono stata sottoposta ad intervento chirurgico.

Dopo un periodo di relativo benessere, ricomparsa delle crisi catatoniche e comparsa di sintomatologia diarroica sempre dopo i pasti, si sovrappongono crisi respiratorie in presenza di fumo di sigarette, detersivi, profumi, gas di scarico auto, risolte con l’assunzione di broncodilatatori.

Giunta a questo punto, il nostro medico prosegue nella ricerca di una soluzione al problema, e mi prescrive ulteriori visite ed esami. Visita allergologica, positiva per acari e ambrosia, visita pneumologica con spirometria negativa, visita otorino negativa, esami completi parassitologici, batteriologici sulle feci tutti nella norma. Nella norma la calprotectina fecale, escluse celiachia e patologie neuroendocrine. Visita neurologica presso istituto Carlo Besta, nei limiti di norma.

Cercando su internet ho trovato un medico che parlava di una malattia (M.C.S) e spiegava i sintomi che questa malattia procurava. Ho contattato questo medico, il Prof. Giuseppe Genovesi del Policlinico Umberto I di Roma e dopo due visite ed accertamenti clinici mi ha diagnosticato una Sindrome immuno neurotossica ambientale tipica della Sensibilità Chimica Multipla (M.C.S.).

Su consiglio del prof. Genovesi, nel 2016 mi sono recata presso una clinica specializzata a Madrid, per intraprendere un percorso terapeutico durato due mesi, basato sulla disintossicazione dell’organismo tramite flebo, e somministrazione di specifici vaccini. Da ulteriori esami effettuati in Spagna, sono stati trovati metalli pesanti come cadmio, piombo, arsenico e mercurio, ed una sensibilità alle onde elettromagnetiche.

Questa malattia invalidante non mi permette di fare una vita normale, entrare in un negozio, prendere il treno, stare con amici e familiari, la presenza di profumi, sigarette o inquinamento mi scatenano pesanti crisi respiratorie.
Tra qualche mese dobbiamo tornare alla clinica Spagnola, per proseguire le cure iniziate lo scorso anno e che continueranno per parecchio tempo.

Halyna Zakharova

5 febbraio 2017

FONTE: Quotidianosanità  

sabato 1 aprile 2017

«La mia battaglia contro la malattia»


Laconi, il racconto di Agnese Melosu, da 18 anni convive con la Sensibilità Chimica Multipla

Una sindrome che costringe all’isolamento dal mondo e dagli affetti. Una patologia particolarmente invalidante e, per i pazienti sardi, ancora più difficile da gestire e affrontare. Si tratta della Sensibilità Chimica Multipla (MCS), che ogni anno registra sempre più casi nell’Isola, alcuni dei quali anche nel Sarcidano. Pazienti che non vogliono più sentirsi invisibili, come è stato finora, e che chiedano siano loro garantiti adeguati livelli di assistenza. «Convivo con questa malattia ormai da 18 anni – racconta Agnese Melosu, 61 anni, originaria di Laconi, ma residente a Nurallao – e le difficoltà sono tante e noi sardi siamo i più penalizzati rispetto a tutto il resto d’Italia». Per affrontare le cure bisogna andare all’estero, con notevole dispendio economico e soprattutto con grande difficoltà per pianificare il viaggio, perché ogni ambiente deve essere bonificato. I pazienti, infatti, possono andare incontro a reazioni e crisi anche molto gravi se entrano in contatto con varie sostanze di uso comune come detergenti, saponi, profumi, disinfettanti, pesticidi, ma anche gas di scarico, micro polveri e campi elettromagnetici. La malattia sembra sia causata da una ridotta capacità di metabolizzazione delle sostanze estranee all’organismo per via di una carenza genetica. Attualmente la patologia non è inserita tra quelle riconosciute dal nostro sistema sanitario nazionale ai fini del diritto a prestazioni socio assistenziali e solo alcune Regioni hanno dato riconoscimento alla malattia; tra queste non c’è però la Sardegna. Per un soggetto affetto da MCS è problematico entrare in una qualunque struttura sanitaria senza rischiare di venire in contatto con sostanze chimiche scatenanti. «Due anni fa – racconta Agnese – sono stata sottoposta ad un delicato intervento chirurgico; mentre altri ospedali si sono rifiutati di operarmi, proprio per via della MCS, l’intervento è stato eseguito all’Oncologico di Cagliari nel rispetto del protocollo di ospedalizzazione per pazienti chimicamente sensibili. L’intervento è ben riuscito principalmente grazie alla professionalità e umanità del personale medico e paramedico che non smetterò mai di ringraziare. La mia battaglia – conclude Agnese – è soprattutto per i giovani affetti da questa patologia perché venga data loro la possibilità di veder migliorare la qualità della vita. Vorrei si continuasse a tenere alta l’attenzione su questa patologia».

Ivana Fulghesu

FONTE: La Nuova Sardegna

2 Febbraio 2017

giovedì 16 marzo 2017

L’appello di Cinzia: «Ho venduto casa per pagare le cure»


LA STORIA Ha 45 anni ed è affetta da MCS, Sensibilità Chimica Multipla

La calidonense combatte la patologia da 16 anni. E’ anche protagonista di una battaglia legale contro l’Ulss che le nega il sostegno per le terapie all’estero

Il suo calvario si sarebbe dovuto concludere in almeno due occasioni: nel 2013, quando una legge regionale ha riconosciuto la sua malattia. E ancora lo scorso luglio, quando il giudice del lavoro del tribunale di Vicenza, accogliendo il suo ricorso contro l’Ulss 6, aveva obbligato l’azienda socio-sanitaria a pagarle le costosissime cure in Inghilterra. Ma a distanza di tempo, per Cinzia Pegoraro la battaglia è tutt’altro che finita e la malata, 45 anni di Caldogno, ha di recente dovuto mettere in vendita la casa di famiglia per permettersi le costosissime terapie che le stanno salvando la vita.
L’MCS (Sensibilità Chimica Multipla) di cui è affetta da 16 anni è ancora un nemico da combattere, anche se le fasi più acute sono un ricordo del passato. La donna era arrivata a dormire in auto per alleviare le sue sofferenze: dolori e parestesie diffuse, attacchi d’asma, emicranie, vista offuscata e vertigini. E guai ad assumere medicinali, banditi anche i ricoveri in ospedale, senza un’adeguata bonifica degli ambienti. La patologia rara che impedisce a chi ne è affetto di vivere a stretto contatto con la maggior parte delle sostanze chimiche presenti nell’ambiente (dai profumi ai detersivi fino ai preparati per il trattamento di mobili e pavimenti) è stata riconosciuta dalla Regione Veneto quattro anni fa, ma la legge è rimasta di fatto lettera morta. «In Italia non esiste – lamenta Pegoraro, che è assistita dall’avv. Agron Xhanaj – alcuna struttura per la diagnosi e le cure». Risultato: per guarire, Cinzia deve recarsi alla clinica Breakspear, a nord di Londra, dove si trova anche in queste ore per concludere il suo terzo ciclo di terapie. Che non sarà di certo l’ultimo: «Dovrò sottopormi a continui vaccini – avverte -. Se non continuo le cure disintossicanti e l’immunoterapia, rischio di finire su una sedia a rotelle».

I ricoveri inglesi le sono costati finora la cifra stellare di 90 mila euro, raccolti per lo più grazie alla solidarietà. Ma non solo: «Siamo stati costretti a vendere la nostra casa e ad acquistarne un'altra più piccola per pagare queste ultime cure», sospira il marito della donna, Andrea Cortellazzo. Il motivo? Alla domanda di autorizzazione per ottenere le cure all’estero l’Ulss ha finora risposto negativamente e ha impugnato il provvedimento del giudice del lavoro del tribunale di Vicenza che obbligava l’azienda a sostenere le spese per le terapie della paziente. Non solo: ha richiesto una consulenza tecnica d’ufficio che accerti la patologia di Pegoraro. «Il tribunale ha ora incaricato un perito di accertare se le cure all’estero siano o meno efficaci per la patologia. Ma se in Italia non ci sono centri per la diagnosi e per le cure, chi mai potrà essere chiamato a svolgere questo compito?», si chiede il legale della donna. Che nel frattempo ha sviluppato altri disturbi legati alla malattia. «Mi hanno diagnosticato una grave neuropatia di origine tossica, causata dal titanio – lamenta la paziente -. Non ho riflessi dalle anche in giù, non sento il caldo e il freddo e fatico a fare molti movimenti. Non chiedo la luna, ma solo di essere curata». 

Laura Pilastro

26 febbraio 2017

FONTE: Il Giornale di Vicenza

sabato 11 marzo 2017

L'appello di una figlia: "Aiutate mia mamma, malata di SLA"


Prima la stanchezza, dopo il tono di voce basso fino a non pronunciare più una sillaba. Poi l’arresto di tutti gli arti e i muscoli, senza nemmeno riuscire a deglutire. Un destino amaro quello di Pasqualina Piras, affetta da SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica) una malattia devastante che nel giro di pochi anni l’ha resa un vegetale.

Oggi, Pasqualina - nota a tutti come "Linetta" - classe '48 di Cagliari, seppur paralizzata, ha ancora la capacità di pensare e la volontà di rapportarsi agli altri. Solo con gli occhi. Senza comunicatore oculare, però, non può parlare con nessuno.

La figlia Anna Coro, maestra alla primaria nella scuola di Su Planu, ci ha contattato per aiutarla a diffondere il suo appello alle autorità di competenza: «Il comunicatore oculare non arriva e non arriverà mai. Mancano i fondi regionali. Mia mamma ha bisogno di esprimersi, per lei è la vita. Aiutateci. Mio papà Italo ha lanciato un messaggio di aiuto anche al Tg3 perché dobbiamo farci sentire, non è giusto negare l’assistenza ai malati che per diritto dovrebbero averla».

La famiglia di Linetta, unita più che mai intorno alla madre, è in trincea ormai da due anni contro l’avanzare inesorabile della patologia, che galoppa più che mai, e contro una burocrazia lenta.

Nell’agosto 2015 è stata diagnosticata la malattia del motoneurone. Papà Italo, le figlie Anna e Carla tentano i viaggi della speranza. Destinazione Milano al San Raffaele. Senza nessun risultato positivo. Anzi. La SLA è stata confermata, nella forma peggiore. Donna Linetta, vulcanica più che mai, non si perde d’animo. Continua la sua vita tra le faccende domestiche e il volontariato con gli alpini, e non abbandona i suoi hobby: lavora a uncinetto e fa la super nonna.

«Mia mamma è una grande donna – racconta Anna – è restata in piedi sino a quando le gambe le hanno retto. Addirittura ha donato pezzi di pelle per una ricerca sperimentale, pur consapevole che a lei non sarebbe servita. La SLA è una bestia che si scatena con una furia inarrestabile, che ti toglie da subito la capacità di deglutire, la forza e ti riduce a fare mugugni».

Pasqualina è troppo intelligente per voler essere di peso ai suoi cari, così non appena diagnosticata la malattia ha chiuso la villa di fronte al mare a Is Mortorius - pochi chilometri da Cagliari - dove abitava tutto l’anno per prendere un piccolo appartamento in città. Aveva pianificato tutto e le sue lacrime erano nascoste dietro i sorrisi, artificiali come quella maledetta Peg e il respiratore che ha attaccato mostruosamente al suo corpo. Senza le macchine non vive. Ha superato il test per poter usufruire del comunicatore ma i soldi sono bloccati dal 2015.

Anna è furiosa, non si dà pace, vuole cucire i frantumi di vita della mamma. «Le è dovuto, le spetta – spiega la figlia - spero che l’ASL depositi al più presto la delibera per sbloccare questa tortura. E’ un nostro diritto». Le spese sono eccessive, e se è vero che per l’assistenza le vengono erogati dai fondi regionali circa 18 mila euro annui, il resto è a carico della famiglia. «Questi soldi – specifica Anna - li stiamo ricevendo con il progetto Ritornare a casa, cioè possiamo spenderli solo per l’assistenza domiciliare. Noi le diamo la cannabis, prescritta dal neurologo, contro la depressione e i dolori, e paghiamo 226 euro al mese. Ovviamente di tasca nostra. Questo è solo un esempio. Mi chiedo: e chi non può permetterselo? Quindi ribadisco l’appello: aiutateci, fateci avere il comunicatore».

A Linetta piaceva viaggiare, ora l’ultimo suo viaggio è quello della speranza. Di una burocrazia amica. Per vivere quel tempo sentendosi ancora donna, malgrado tutto.

di Laila di Naro

7 marzo 2017

FONTE: La Donna Sarda

martedì 7 marzo 2017

Quando il tuo nemico è nell’aria a Barletta – Intervista a Imma Iglio, affetta da Sensibilità Chimica Multipla


L’MCS o Sensibilità Chimica Multipla è una malattia caratterizzata dall’impossibilità di un individuo di tollerare un certo ambiente chimico o una certa categoria di sostanze. La malattia si accentua in ambienti fortemente inquinati o soggetti all’influsso della categoria delle sostanze non tollerate dall’individuo.

L’esistenza stessa della patologia è ancora al centro di un acceso dibattito a livello scientifico poichè alcuni la assimilano a sintomatologie psicosomatiche, mentre altri la ritengono una vera e propria malattia ambientale invalidante. Questo la rende ancora più difficile da riconoscere e spesso da accetare non solo dai medici, ma anche dalla stessa comunità in cui un soggetto affetto dall’MCS si trova a vivere.

Imma Iglio è una cittadina barlettana che soffre di Sensibilità Chimica Multipla da molti anni e che oggi si batte insieme ad altri concittadini per l’aria pulita a Barletta, in modo da poter vivere più serenamente. Barletta News ha deciso di sensibilizzare la cittadinanza sulla malattia e, come in altre occasioni, sulla situazione ambientale della nostra città. Imma Iglio ha gentilmente accettato di rispondere per noi ad alcune domande.

La Sensibilità Chimica Multipla è una malattia rara della quale soffri da molti anni. Quali sono stati i primi campanelli d’allarme? Come ci si accorge di esserne affetti?

Per vivere devo respirare, ma l’aria è inquinata da “xenobiotici”, sostanze tossiche che inaliamo, ingeriamo o assorbiamo per contatto, provocano modifiche epigenetiche, alterano il DNA compromettendo le funzionalità dei geni. E’ una sindrome immunoneurotossica ambientale. I sintomi della MCS si verificano in risposta all’esposizione a molti composti chimicamente indipendenti e presenti nell’ambiente in dosi anche inferiori a quelle tollerante da soggetti sani. E’ una patologia di natura organica, di fatto una malattia ambientale e gravemente invalidante. Ho iniziato ad accusare una spiccata iperosmia e intolleranze ai profumi, ad ogni tipo di detergente, ammorbidente, vernici, fumi di combustione, formaldeide, nanoparticelle derivate da inceneritori, ecc. Ho perso la capacità di tollerare gli agenti chimici manifestando una multisistemica intolleranza ambientale alle sostanze chimiche. Nel mio corpo sono avvenuti diversi cambiamenti fisiologici tra cui lo stress ossidativo, l’infiammazione cronica, ipersensibilità ai campi elettromagnetici, disfunzioni immunologiche e neurologiche. La Sensibilità Chimica Multipla non è una malattia rara, colpisce il 5% della popolazione. A Barletta non sono l’unico caso, anzi le malattie e le disabilità ambientali stanno aumentando.

Come si svolge la giornata tipo di una persona con Sensibilità Chimica Multipla?

La giornata tipo di una persona con Sensibilità Chimica Multipla consiste nell’assoluta necessità di evitare “sostanze chimiche” ed esposizioni tossiche. Faccio una terapia detossificante basata su integratori enzimatici, ossigenoterapia, sauna, un’alimentazione biologica, ma non basta. Una vita totalmente priva di relazioni sociali e ogni tipo di attività lavorativa per contrastare il processo infiammatorio ed abbassare il carico tossico. Per avvicinarmi a qualcuno è necessario evitare di indossare indumenti lavati con normali detersivi e ammorbidenti che non devono rilasciare alcuna sostanza chimica volatile.

Hai mai provato a rivolgerti all’Amministrazione comunale o ad altre autorità per chiedere di sensibilizzare la politica e la città stessa nei confronti del tuo disagio?

Allo stato attuale (si configuri come un ingiustificato paradosso) sono invalida sulla base delle gravità delle patologie scatenate dalle esposizioni chimiche, ma manca qualsiasi assistenza sanitaria specifica. Ho provato più volte a rivolgermi all’Amministrazione comunale, ai medici Direttori ASL o ad altre autorità per chiedere di sensibilizzare la politica e la città stessa nei confronti del mio disagio, ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e cieco di chi non vuol vedere. Ho più volte segnalato la necessità di avviare uno studio epidemiologico sulla popolazione residente nel territorio e la presenza a Barletta di cittadini affetti da Sensibilità Chimica Multipla, malattia ambientale ad oggi ignorata.

Da tempo fai parte di diversi movimenti e comitati cittadini che combattono la battaglia contro l’inquinamento dell’aria a Barletta. Quali sono i vostri obiettivi? Potete dire di aver raggiunto qualche risultato?

Da tempo sensibilizzo cittadini, movimenti e comitati che combattono la battaglia contro l’inquinamento dell’aria a Barletta affinchè l’aria sia finalmente pulita. Mentre tutti festeggiano con falò e fuochi d’artificio, io sono in emergenza e rischio la vita. Morire non è stato mai bello! In Italia non sono previsti i LEA specifici per l’MCS ne come centri, nè come prestazioni o trattamenti.

Come si suol dire, ciò che non si conosce spaventa. La malattia ti costringe ad indossare costantemente una mascherina protettiva. La stessa mascherina che indossano gli abitanti di città fortemente inquinate come Pechino. Ti capita più spesso di lottare contro i pregiudizi o di trovare interesse e appoggio nei tuoi concittadini?

La malattia mi costringe ad indossare costantemente mascherine protettive. le stesse mascherine che indossano gli abitanti di città fortemente inquinate come Pechino. Le mie compagne di vita sono diventate le bombole di ossigeno, passeremo le feste insieme. Mi ritrovo ad affrontare lo scetticismo dei parenti, ma mi capita più spesso di lottare contro i pregiudizi dei medici e il personale medico. Non trovo interesse e appoggio nei miei condomini e concittadini. Il problema è solo mio. I cittadini barlettani non sono sensibili al problema, preferiscono ignorare e si comportano come se fossero esenti o immuni.

Qual è il desiderio più grande per il tuo futuro?

Il mio desiderio più grande per il tuo futuro è respirare aria pulita.

C’è un messaggio in particolare che vorresti inviare alla città attraverso Barletta News?

Il messaggio in particolare che vorrei inviare alla città attraverso Barletta News è: la salute è un bene prezioso, non distruggiamolo. La mia vita è nelle vostre mani, ognuno si senta responsabile.

di Barbara Rita Corvasce

17 dicembre 2016

FONTE: Barlettanews.it   

domenica 19 febbraio 2017

L'appello: La malattia che la società ignora


Decine e decine le persone colpite. Viaggio tra i pazienti affetti da MCS: quando cibo, abiti e abitudini sono veleno.

BARI - All’improvviso il mondo intero ti è nemico. Lo è il tuo posto di lavoro, la strada che percorri da anni, ogni giorno, più o meno alla stessa ora. Perfino la tua casa, i tuoi oggetti, la tua memoria ti sono nemici. Si chiama "MCS". È una malattia subdola, feroce, cieca. "Sensibilità Chimica Multipla (Multiple Chemical Sensitivity)", ecco cos’è questo male. Non solo i pesticidi, i gas di scarico, i coloranti, ma anche i profumi, i detersivi, i conservanti: tutto è veleno. L’aria che respiri, gli abiti che indossi, il cibo che consumi. Tutto, tutto è veleno.

Ci sono varie ragioni che spingono gli ammalati di "MCS" a sentirsi i più sofferenti tra chi soffre. Innanzitutto la diagnosi: pochissimi medici sono in grado di capire immediatamente a cosa riconducano quei sintomi. In mancanza di una diagnosi certa, dopo qualche tempo tutti - gli amici, i colleghi, gli stessi medici, perfino i familiari - cominciano a credere che si tratti null’altro che di un disturbo psichiatrico. Quindi non solo sei malato ma sei pure pazzo.

E ancora i costi: tra visite mediche, analisi, cure e tutta la complessa procedura per vivere distanti dai veleni (la bonifica dei luoghi, l’obbligo del cibo biologico) se ne possono andare anche mille euro al mese. C’è chi ha perso il lavoro, chi ha smesso di curarsi perché non ha più soldi, chi ha perso la speranza e consuma gli ultimi mesi a letto.

Ecco: questa è la "MCS".

Prima di incontrare Conny Lattarulo, di questa malattia, chi scrive, non aveva mai sentito parlare. L’incontro con Conny si consuma all’aria aperta, sull’accogliente panchetta di un bar. Primo problema, sedersi controvento, perché nell’aria c’è di tutto: non a caso nella sua borsa è sempre a portata di mano una maschera anti-allergia. Prima impressione: perché una così bella donna si tiene i capelli bianchi? Motivi ideologici? In verità fu proprio l’effetto delle tinture a dare il primo campanello d’allarme. «Avvertivo un malessere inedito e non capivo che cosa fosse. Mi toccavo la testa e mi sembrava di legno». È il 2014, appena due anni fa. Fino a quel momento, per questa 54enne barese, sposata, madre di due figli, un bel lavoro di formatrice e di consulente del Formez, una marea di progetti fatti e da realizzare, la vita si era consumata nella più bella delle normalità.

Poi, lenta e inesorabile, comincia la discesa agli inferi. Conny elenca - tra rabbia e ironia - tutti i medici, tutti gli specialisti, i professionisti consultati nel pubblico e nel privato a Bari e nel resto d’Italia. Dal neurologo al cardiologo, dall’oculista al gastroenterologo. Diagnosi impensabili, terapie paradossali, fino al fatidico verdetto sulle evidenti implicazioni psicosomatiche. «Alle quali non ho mai creduto - spiega -. Mi conosco bene, sapevo di stare male, di avere un serio problema fisico».

Per caso Conny finisce nello studio di una biologa nutrizionista, Valentina De Benedictis (qui in realtà si ritrova per accompagnare sua figlia). Due parole con la dottoressa, le spiega i suoi sintomi. La De Benedictis le dice: «Credo che si tratti di una malattia particolare, mi faccia fare una ricerca...». E così la verità, la drammatica verità sul suo male, a Conny arriva via e-mail. E il racconto del giorno in cui aprì la posta elettronica, lesse della Multiple Chemical Sensitivity e comprese ciò che l’aspettava, è l’unico ricordo che le strappa una lacrima. Per il resto, la sua storia è la sintesi di due anni di coraggio, di forza, di tenacia.

Racconta dei giorni trascorsi a letto, senza forze, della costante compagnia di una bombola d’ossigeno, della drammatica sensazione di uno spegnimento, fino al tentativo di trasferirsi in un paesino vicino al mare, per poter respirare meglio e della successiva necessità di fuga, perché gli uliveti circostanti erano stati irrorati di pesticidi. «Per alcuni giorni abbiamo dovuto sigillare la casa con asciugamani alle porte e alle finestre».

Il rientro a Bari si traduce nello stato d’animo di una prigionia necessaria, di un’ineluttabilità. Ma Conny non s’arrende. Continua a contattare medici e pazienti, a leggere tutto quello che riguarda la "MCS" fin quando si imbatte nel nome di Maria Grazia Bruccheri, una genetista siciliana che si decide infine a venire a Bari. La scintilla della speranza, l’improvviso benessere. La cura della Bruccheri funziona: si tratta di una serie di integratori, una ventina di flaconi, una pasticca quasi ogni ora.

«È questa un’inabilità ambientale permanente - sentenzia Conny, ingoiando la pillola di mezzogiorno -. Chi si ammala di "MCS" dovrebbe essere sostenuto da Inps, Asl, istituzioni al pari di un diabetico o di un malato di Aids». Invece niente, la "MCS" non è una malattia riconosciuta dal Sistema sanitario nazionale. Non è nemmeno classificata come malattia rara.

Tu pensi che in fondo siano talmente pochi i pazienti da non meritare protocolli ad hoc, ma poi scopri che il 5% della popolazione italiana si ammala di "MCS".

Conny elenca i suoi compagni di sventure a Lecce, a Barletta, a Molfetta, ad Altamura, a Giovinazzo. Poi ci sono quelli di Bari, e sono tanti.

«Non tutti vogliono metterci la faccia come sto facendo io. C’è chi ha smesso di curarsi, perché non ha più soldi. C’è chi si è arreso», dice con amarezza.

Per tessere i fili di una rete possibile e per spezzare la solitudine in cui questi ammalati sono confinati, Conny ha organizzato un evento al Teatro Palazzo, con i pazienti, le famiglie e la dottoressa Bruccheri. Un recital curato dall’artista Francesco Galletta, un modo per sdrammatizzare, raccogliere fondi e soprattutto riuscire a stanare dalle proprie abitazioni/prigioni tanti ammalati.

Ma l’obiettivo è anche un altro. Non si tratta di elemosinare fondi qua e là, e il percorso che porti a una legge è ancora molto molto lungo. Servono cose concrete, pratiche e immediate. Servono luoghi. Serve formazione. Serve sensibilità.

Un esempio? Ci sono donne affette da "MCS" che non si sottopongono a un "pap test" da anni perché non possono andare in ospedale. Per farlo avrebbero bisogno di stanze bonificate dove non siano stati usati detersivi chimici e dove anche medici e infermieri indossino indumenti privi di veleni.

Ma servono anche stanze dove incontrarsi, per parlare, per confrontarsi, per non sentirsi soli.

Perché la Asl non mette a disposizione alcuni dei suoi locali? Servirebbe, ancora, un locale dove incontrarsi anche in maniera più ludica, con tovaglie di carta e cibi bio: quale ristoratore barese ha intenzione di raccogliere l’appello?

Ed è importante la formazione degli stessi medici: «La diagnosi precoce è fondamentale - spiega Conny - è già un primo passo per poter cambiare subito stile di vita e sentirsi già meglio, fisicamente e psicologicamente».

La Asl potrebbe decidere di promuovere la formazione di personale che sappia come interagire con i pazienti affetti da "MCS". In alcune regioni, gli assessorati alla Sanità hanno adottato protocolli in tal senso. E in Puglia? Chi sarà in grado di accogliere questo appello?

di Carmela Formicola

FONTE: La Gazzetta del Mezzogiorno 

domenica 5 febbraio 2017

"Vivo come un 80enne per la fibromialgia"


Patrick Schutz si batte per far riconoscere la sua malattia

Viene definita "la malattia invisibile". Non si vede, ma per chi ne è affetto significa sofferenze e malesseri costanti, giorno e notte. Stanchezza, irritabilità, insonnia, acufeni, occhi secchi, confusione mentale, cefalee, dolori cervicali e della colonna, crampi, vertigini... e l’elenco dei disturbi potrebbe essere ancora molto lungo. Lo sa bene Patrick Schutz, di Colombier, a cui nel luglio 2015 hanno diagnosticato la fibromialgia. Si sente come se fosse sempre influenzato, senza febbre ma oppresso da un senso di fatica enorme, desiderando solo di rimanere a letto tutti i giorni che gli restano da vivere. "Ho solo 41 anni e il corpo di un vecchio - dice sconsolato -. Sono costretto a vivere come se ne avessi 80 di anni. In più, tanta gente mi giudica solo un lazzarone".
Patrick ha appena lanciato una campagna di sensibilizzazione sulla fibromialgia che, oltre alla Svizzera, coinvolge Belgio e Francia. "È importante parlarne il più possibile, sul web, nei centri commerciali, per strada", spiega. E su Facebook, dalla pagina "fibromialgia, invisibile ma reale" Patrick posta aggiornamenti in tempo reale. Intanto, si aggrappa anche ad un’altra speranza: il lancio di un’iniziativa popolare "per il riconoscimento della fibromialgia dall’assicurazione invalidità". Ha già il sostegno di associazioni e politici. "Con l’ultima revisione dell’Ai, i tagli si sono abbattuti anche sulle rendite di molte persone affette da questa patologia".
Detta anche sindrome fibromialgica perché include una serie di disturbi che interessano numerose parti del corpo, la fibromialgia è una malattia cronico-degenerativa che colpisce muscoli e tendini provocando dolori locali a volte fissi o diffusi, ma senza che ci siano riscontri patologici negli organi. "Ecco perché nel mio caso hanno impiegato quasi due anni prima di diagnosticarla - ricorda Patrick -. E so di gente che sta in ballo anche molto più a lungo. Il fatto è che non esistono prove scientifiche, non la si può scoprire con un esame del sangue né con radiografie o tac, anche se è caratterizzata da un centinaio di sintomi. La si diagnostica, passo dopo passo, escludendo altre patologie e con un test su 18 punti del corpo, solitamente fatto da un reumatologo
".
Nessun farmaco antidolorofico sembra efficace a lungo andare, inoltre lo stress dovuto all’insorgere della sindrome provoca, a cascata, altri disturbi. Patrick, quotidianamente, ingoia una manciata di pillole, tra antidolorifici, antinfiammatori, antidepressivi, vitamine, medicinali per proteggere lo stomaco e altri ancora per gli occhi secchi e doloranti. In Svizzera i malati sono circa 400mila, nei Paesi industrializzati il 2-4% della popolazione, soprattutto donne.
"Pur riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità dal 1992, per l’assicurazione invalidità la malattia non esiste - spiega -. E finisci in assistenza, proprio come me e la mia famiglia, visto che anche mia moglie non può lavorare sennò chi baderebbe a nostra figlia Naya di soli due anni? Mi sento inutile, perché sono incapace di mantenere i miei cari. Un uomo a metà insomma". Lui spera che l’Ai accetti al più presto la sua domanda di riconversione: "Che mi assicuri un’invalidità parziale per una causa indiretta, come la fatica cronica o la depressione". Intanto, per lo sguardo scettico di molte persone c’è poco da fare se non arrabbiarsi. "Pensano che sia solo un problema psicologico. Ma chi soffre di questa patologia non è matto; è gravemente malato, sta male, non può lavorare ed è limitato persino nei più normali gesti quotidiani. I problemi psichici ce li provoca invece la fibromialgia, ma dopo", sottolinea Patrick che sta anche lavorando alla pubblicazione di un libro di poesie, scritte dai malati sulla pagina Facebook, e ad un album di canzoni con tre amici cantanti.
"Ancora troppa gente ci crede degli sfaticati. Anche dei medici che pensano sia solo una questione di testa o che la malattia dipenda da vecchi traumi". E, nel caso di Patrick la tesi avrebbe buon gioco. Aveva 17 anni quando ha assistito alla morte di un uomo, ucciso sotto i suoi occhi a colpi di pietra da suo padre. Una vicenda che all’epoca fece molto scalpore nella regione di Neuchâtel. Col padre, da anni in prigione, Patrick non ha più alcun contatto. "Non l’ho più visto, ma una tragedia simile non si può dimenticare, resterà impressa per sempre nella mia mente". E il destino lo ha messo nuovamente alla prova un paio di anni fa. "Ho rischiato di perdere mia moglie e mia figlia durante il parto, ho vissuto ore atroci, sino alla fine non sapevo se si sarebbero salvate. Tutto ciò non ha fatto che aggravare i miei sintomi, la malattia non mi era ancora stata diagnosticata, ma stavo già molto male".
Patrick trascorre le sue giornate prevalentemente a letto o sdraiato sul divano, su un cuscino speciale che gli allevia i dolori. Se sta un po’ meglio esce con la moglie e la figlia. Ma basta qualche minuto di gioco con la piccola Naya e si sente sfinito. "Anche la sera non esco. Non me la sento. Molti amici li abbiamo persi perché continuavamo a rifiutare cene, barbecue e compleanni, spiegando che dovevo andare a letto alle sette di sera. Per loro era solo una scusa".
Se sapessero la voglia che Patrick ha invece di uscire, viaggiare, divertirsi, portare a cena sua moglie e andare al parco con Naya. "C’è una frase, l’ho letta su un giornale di un’associazione di malati come me, e mi piace ripeterla. Dice: vorrei vivere senza gravità, per evitare tutti i miei dolori. Vorrei che tutto il mio corpo fisico dimenticasse le leggi della fisica".


di Patrizia Guenzi

11 settembre 2016

FONTE: il caffè

La buona sanità al Sirai è un intervento da record


CARBONIA. Sulla paziente allergica a ogni sostanza d'origine chimica

Nel marasma della sanità pubblica, un raggio di luce: pur di evitare a una paziente, affetta da una rara malattia, un dispendioso viaggio a Roma, l'ospedale Sirai ha attrezzato una sala operatoria, una di degenza e un'équipe uniche nel loro genere. Tanto che i protagonisti di questa storia a lieto fine, quando parlano dei professionisti che hanno seguito il caso, non esitano a definirli «angeli». Un elogio pubblico manifestato con lo stesso slancio con cui, in passato, la stessa coppia aveva invece attaccato la Asl per le sue carenze.

GRATITUDINE «Vogliamo testimoniare che esiste una buona sanità», afferma Giovanni Meloni, operaio di Carbonia. È il marito di Maria Bonaria Lepori, casalinga affetta da MCS: Sensibilità Chimica Multipla, allergia totale a ogni sostanza di origine chimica, a stoffe sintetiche, conservanti, profumi, detersivi, fumi, vapori, polveri e pure alle onde emanate da apparecchiature elettroniche. Per avere il contributo all'acquisto dei presidi sanitari, tempo fa la coppia aveva fatto (e vinto) una causa contro la Asl 7. Ma questa è storia vecchia. Quella nuova racconta come sia stato possibile allestire un'organizzazione senza precedenti per evitare alla paziente di trasferirsi a Roma per sottoporsi a un intervento chirurgico. Una sala operatoria bonificata, l'uso di particolari attrezzature, medici e infermieri preventivamente preparati (assenza totale di profumi su persona e indumenti), l'allestimento di una camera di degenza con i medesimi requisiti e a cui poteva accedere solo personale che avesse seguito i parametri prefissati. «Siamo senza parole - sottolineano Maria Bonaria Lepori e Giovanni Meloni - dinanzi a tanta professionalità, infinita pazienza e umanità».

I NOMI Un'umanità con nomi e cognomi ai quali la paziente rende pubblicamente omaggio: il direttore Sergio Pili e il vice Sandro Caria, il coordinatore del Poliambulatorio Sergio Lai, i chirurghi Antonio Tuveri e Nicola Pulix, gli infermieri Anna Franca Pitzalis, Patrizia Cau, Nadia Cherchi, Efisio Campus, Silvana Vincis, Antonella Angius, l'anestesista Enrico Minichiello. Da un lato sia Pili che Caria confermano «le particolari necessità affrontate nel migliore dei modi consapevoli che prima di tutto viene il paziente», dall'altro i coniugi rivelano un desiderio: «Sarebbe ideale se il Sirai o un altro ospedale del territorio ospitasse un centro permanente per i malati di MCS evitando loro di recarsi al Policlinico Umberto I di Roma».

Andrea Scano

28 gennaio 2017

FONTE: L'Unione Sarda

lunedì 30 gennaio 2017

Carbonia, intervento chirurgico particolare su una paziente affetta da una grave allergia


L'ospedale Sirai è stato protagonista di un intervento chirurgico assai particolare: sala operatoria, stanza di degenza, personale, indumenti e strumenti sono stati sottoposti a una prassi di bonifica suppletiva perchè sotto i ferri è finita una paziente affetta da Sensibilità Chimica Multipla (MCS).
Si tratta di un'allergia a sostanze chimiche, profumi, stoffe sintetiche, conservanti, vapori, polveri e addirittura le onde delle apparecchiature elettromagnetiche.
Per evitare alla paziente, una casalinga di Carbonia, Bonaria Lepori, di trasferirsi per l'intervento a Roma, la dirigenza del Sirai è stata capace di allestire una équipe e una sala operatoria e di degenza capaci di rispettare ogni necessità.

di Andrea Scano

28 gennaio 2016

FONTE: Unionesarda.it  

martedì 24 gennaio 2017

Deborah: “Mi hanno regalato una nuova vita”


Intervista a Deborah Iori, protagonista di una straordinaria catena di solidarietà contro una malattia rarissima. Che ha dato risultati straordinari

«Grazie alla raccolta, mi è stata regalata una nuova vita. Ogni giorno mi sveglio e prego che non sia solo un sogno. Pensavo di avere tanti amici, ma così tanti no: in una solidarietà così grande non avrei mai sperato…» Sono queste le prime parole di Deborah Iori al nostro giornale. Importanti per il grande movimento che la storia di Deborah aveva suscitato nei lettori, ma ancora più importanti per il fatto che Deborah da ormai due anni non parlava più, perché non riusciva più ad articolare le parole e faticava a respirare.

Invece la telefonata che ha preceduto questa chiacchierata è stata fatta per annunciare, di persona, che non solo parlava, ma era in grado di camminare: tanto da avere deciso di andare personalmente a ringraziare chi l’aveva aiutata. Prima all’evento organizzato per lei a Laveno sabato, poi alla festa di Sangiano domenica, organizzata da quella pro Loco che tanto aveva fatto per aiutarla ad arrivare a fare le costosissime, ma risolutive, cure americane. «Riesco anche a camminare, ora. E mai più pensavo che ci sarei riuscita di nuovo: erano dieci anni che stavo in sedia a rotelle».

Invece, quando è arrivata negli Stati Uniti: «Mi hanno confermato che la mia era una forma particolarmente grave della malattia, ma il professore che ha confermato la diagnosi mi ha anche detto “penso che tra circa un mese e mezzo potrà ricominciare a camminare”. Francamente, credevo avesse esagerato. Invece, un mese e mezzo dopo muovevo i primi passi. Non ci potevo credere».

Una sensazione che non ha provato solo lei: «La gente quando mi vede è stupefatta. E la nostra vita è cambiata: non solo la mia, ma anche quella di mio marito e dei miei figli. Mio figlio più piccolo di 14 anni non si ricordava nemmeno di avermi mai visto camminare. Al mio ritorno continuava a girarmi intorno e a dire “la mamma cammina! la mamma mangia!”».

Ma la cosa più bella, per lei, più ancora quella della sensazione di camminare, è stata tornare a mangiare: «Camminare è stata una emozione grande, ma lo è stata ancora di più quando ho ricominciato a mangiare, a masticare e deglutire: ho dovuto reimparare. Il primo cibo che ho provato a mangiare è stata un patata bollita. L’ho trovata buonissima. Per me ora è tutto buonissimo».

Grazie alla straordinaria raccolta avviata da amici parenti e concittadini, e alimentata dagli articoli e dai post social: «I fondi raccolti mi hanno permesso innanzitutto il viaggio aereo, con un velivolo-ambulanza speciale che è costato solo lui circa 75 mila euro. Un aereo ovviamente privato, dove c’ero solo io, mio marito, un medico e l’infermiere – spiega Deborah – Con quelle somme, mi hanno permesso di confermare la diagnosi che avevo ricevuto in Italia, anche attraverso gli esami strumentali. Poi mi hanno permesso le prime cure sul posto e la terapia per i primi sei mesi, che mi sono portata a casa».

Per questo ci ha tenuto cosi tanto, appena è stato possibile, uscire di casa e ringraziare personalmente chi l’aveva tanto aiutata, partecipando alle due feste del weekend. E’ ancora magrissima e porta la mascherina soprattutto all’esterno, perchè il contatto con le persone è ancora rischioso, ma siamo lontanissimi dai giorni in cui il solo sopravvivere rappresentava per lei un continuo accumularsi di residui tossici nell’organismo. La strada è lunga, ma le cure hanno già dato risultati straordinari.

Deborah dovrà tornare negli Stati Uniti ogni sei mesi, per due anni: questa è la tempistica delle visite di controllo “salvavita” fissata a Dallas. E per questo la raccolta fondi da parte di chi le è stato vicino continua. Stavolta però, potrà tornarci con un aereo di linea: «Non dovrò più prendere, tra 5 mesi, tutte le precauzioni che si sono dovute prendere nel mio primo viaggio, fortunatamente. E per di più oggi grazie alla raccolta, ho il sufficiente per tornarci a febbraio e riprendere le cure: un elemento di serenità in più, visto gli effetti che queste cure hanno su di me e il fatto che per almeno due anni dovrò assolutamente seguirle con continuità. spero che a questo punto non chiudano la porta in faccia in Italia, non si può più negare l’esistenza della mia malattia. In America la curano da trent’anni».

di Stefania Radman

28 settembre 2015

FONTE: Veresenews.it


Articolo non recentissimo, ma veramente splendido!
Ho pubblicato tanti articoli e testimonianze di malati di Sensibilità Chimica Multipla (MCS) sulle pagine di questo blog, ma quando riporto notizie di persone malate che, a seguito di cure fatte, migliorano, progrediscono, "rifioriscono" a nuova vita.... beh, è davvero una Gioia immensa pubblicare articoli come questi. Un articolo stupendo anche per la grande Solidarietà che si è creata attorno alla situazione di Deborah, una solidarietà che le ha permesso di partire per l'agognato centro di cura a Dallas, in America, con tutti gli ottimi risultati che ne sono risultati e che, ce lo auguriamo tutti, possano continuare nel tempo.
Da queste testimonianze poi, si evince una volta di più quanto queste terapie che vengono eseguite in questi centri specializzati all'estero, che siano gli Stati Uniti come in questo caso, o l'Inghilterra, o la Spagna, funzionano veramente! E tutto questo ci dice una volta ancora, quanto sarebbe importante poter avere un centro come questi anche nel nostro paese! Niente più trasferte difficili, complicate e costosissime, niente più problemi con la lingua, niente più disagi di vario tipo.... bisognerebbe veramente arrivare ad avere un centro per la cura dei malati di MCS anche qui in Italia! Arrivare a questo sarebbe una conquista GRANDISSIMA per questi malati! Nel frattempo comunque, bisogna poter dare la possibilità ai malati di potersi curare all'estero, perché queste terapie sono veramente un "salvavita" per loro, nei casi più gravi realmente indispensabili.  Le necessità dei malati devono sempre essere messe davanti a ogni cosa, e i malati di MCS, lasciati troppo soli a loro stessi, hanno tanto, ma proprio tanto bisogno di aiuto!

Marco