lunedì 4 marzo 2019

Urgentissimo Appello per Yvelyse Martorana, malata molto grave di Elettrosensibilità (EHS)


URGENTISSIMO!

Cerchiamo case o porzioni di case o dépandance per ospitare Yvelyse Martorana, malata molto grave di Elettrosensibilità (EHS), le cui condizioni continuano a peggiorare.
L’esposizione a campi elettromagnetici le ha provocato problemi neurologici: attualmente non tollera la luce che le causa forti dolori agli occhi e fotofobia, per cui rimane quasi sempre in penombra e indossa permanentemente occhiali scuri, la sera non accende la luce elettrica.
Le autorità interpellate (Sindaco, Prefetto, ASL di Bagheria, AUSL di Palermo) ignobilmente perseverano nel loro assordante silenzio, ma Yvelyse non può più aspettare!

E’ URGENTE, URGENTISSIMO trovarle una sistemazione lontana da:
- Ripetitori di telefonia mobile
- Antenne
- Tralicci dell’alta tensione
- Stazioni o Reti ferroviarie
- Reti Autostradali.

Inoltre, l’abitazione non deve essere stata ristrutturata e/o ritinteggiata di recente,
- deve essere sana, ossia priva di umidità e/o muffe;
- No pini e/o abeti;
- No campi coltivati in prossimità;
- No ristoranti, pizzerie, panifici in prossimità;
- No centri storici;
- No condomini;
- No scale (Yvelyse, ormai, ha seri problemi nel fare le scale);
- No eccessivamente isolata (ricordiamo che si tratta di una persona ammalata che non può vivere in mezzo al nulla, anche per questioni di sicurezza!).

Tali prescrizioni sono inprescindibili non per capriccio ma per la natura delle patologie di cui Yvelyse è affetta. Se siete in possesso o conoscete qualcuno che voglia cedere in affitto un’abitazione con i requisiti richiesti, chiamate Andrea al 3687769190. Se trovate spento, potete inviare un SMS o un WhatsApp e verrete ricontattati.

Per favore CONDIVIDETE, Yvelyse sta molto male.

GRAZIE DI CUORE!

Andrea e Yvelyse

martedì 26 febbraio 2019

Parla Paolo Orio, il problema elettrosensibilità inavvertito


A marzo Vicovaro ospiterà il primo meeting nazionale contro la tecnologia 5G

Dr. Orio cosa si intende per elettrosmog? Termine di cui si sente solo recentemente parlare.

L’elettrosmog, o inquinamento elettromagnetico, rappresenta una alterazione artificiale, causata da radiazioni non ionizzanti, degli ambienti di vita quotidiani (indoor e outdoor), generato da diversificate sorgenti elettromagnetiche sia di alta che di bassa frequenza. Stiamo parlando di smartphone, cordeless, wi-fi, wi-max, stazioni radio base di telefonia mobile, elettrodotti, elettrodomestici, ecc.

Cosa sta succedendo nelle nostre città con l’avvento della telefonia mobile, la diffusione delle tecnologie wireless?

Accade che, soprattutto con l’avvento delle tecnologie wireless negli ultimi 20 anni, una grande quantità di energia bioattiva, artificiale, modulata, è stata riversata nell’ambiente. Se l’uomo primitivo nella sua fase evolutiva non ha subito particolari stress adattativi per convivere con campi magnetici naturali, tutto il contrario accade ora in quanto segnali elettromagnetici pulsati artificialmente, difficilmente possono essere riconosciuti come connaturali per i nostri sistemi biologici. Non dimentichiamoci che l’uomo è un “essere elettromagnetico” in quanto tutte le sue funzioni endogene, cellulari, molecolari e funzionali, sono governate da campi elettromagnetici a determinate frequenze. Le interazioni con l’ambiente circostante “saturo” di elettrosmog non possono che alterare i fini equilibri omeostatici degli individui, compresi neonati, bambini e adulti. Purtroppo l’avvento della tecnologia 5G a servizio di Internet delle cose porterà ad un ulteriore impennata del campo elettromagnetico di fondo.

Molti dicono che non ci sono studi, ma tanti altri invece sostengono, come la vostra associazione, che gli attuali telefoni cellulari e i wi-fi non siano da considerare tecnologie sicure. Quali sono le principali ricerche che sostengono la vostra tesi?


Sin dagli anni ’60, ricercatori indipendenti soprattutto afferenti all’est Europa evidenziarono, tramite pubblicazioni scientifiche ben condotte, come le esposizioni a radiofrequenze e microonde potessero causare effetti biologico/sanitari sulla popolazione esposta. In particolare, oggetto di queste ricerche furono i militari addetti ai sistemi radar. Contemporaneamente anche il mondo occidentale avviò ricerche per verificare il possibile nesso causale tra esposizione e danno biologico. Il medico delle forze navali americane, Zoran Glaser, pubblicò al riguardo una vastissima bibliografia con oltre 2.300 articoli scientifici. Ad oggi sono oltre 10.000 gli articoli peer-review (revisioni indipendenti) pubblicati a livello mondiale, che dimostrano inequivocabilmente la capacità delle radiazioni non ionizzanti di causare anche veri e propri stati di malattia: tumori, leucemie, malattie neurogenerative, infertilità, disturbi cognitivo/comportamentali, elettrosensibilità. Differentemente gli studi che negano correlazioni biologiche sanitarie, provengono da ricerche finanziate dall’industria di telefonia mobile ed elettrica come dimostrato anche dal recente rapporto dell’Investigate Europe, un consorzio di nove giornalisti in 8 paesi UE che hanno indagato sullo stesso tema.

Per quanto riguarda le normative nazionali cosa ci può dire in proposito?

Chi ha definito i limiti espositivi a livello internazionale è una associazione di privati con sede in Germania il cui acronimo è ICNIRP (commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti). Nei suoi laboratori di ricerca, nei primi anni 90, prese a riferimento un unico effetto generato dalle radiazioni, quello TERMICO (rilevabile attraverso un aumento di temperatura). Elaborò un esperimento che consisteva nel bombardare in acuto (per breve periodo) con radiazioni, manichini di plastica riempiti di gel proteico nell’intento di assimilarli ad un soggetto vivo in carne ed ossa. Stabilirono in questo modo i limiti espositivi. Al di là del fatto che come esseri viventi siamo un pochino più complessi di un gel proteico, una radiazione elettromagnetica quando interagisce con la materia vivente è in grado di generare interazioni biologiche anche per valori di uno o due ordini di grandezza inferiori: si tratta di effetti NON TERMICI. A supporto esistono, come detto in precedenza, migliaia di articoli scientifici. Pertanto, come esempio, se gli attuali limiti di esposizione per le alte frequenze sono di 6 V/m (volt su metro), da non superare come media nelle 24 ore, in realtà, considerando gli effetti di natura non termica, dovrebbero ridursi cautelativamente a valori di 0,2 V/m se non di 0.03-0.05 V/m come consiglia il monumentale rapporto Bioinitiative redatto da 29 scienziati e caratterizzato da 18 capitoli racchiusi in 1500 pagine. Sembrerebbe che l’ICNIRP fosse più preoccupato a tutelare gli interessi dell’industria piuttosto che la salute pubblica emanando valori rassicuranti invece di misure il più cautelative possibili. In Italia, nel 2003, furono definiti i valori di attenzione per le alte e basse frequenze. In particolare si definirono i valori di attenzione per le alte frequenze pari a 6V/m che da una misurazione nella media di 6 minuti passarono poi nella media delle 24 ore con il decreto sviluppo del 2012. Pur essendo comunque valori più cautelativi rispetto a quelli stabiliti e raccomandati dall’ICNIRP (che raccomandano 61 V/m per radiofrequenze e microonde!!!), non tutelano comunque la popolazione generale per esposizioni di natura non termica. Quindi andrebbero ulteriormente ribassati come detto in precedenza.

Ci può spiegare che cosa è il 5G e come cambierà la nostra vita?

La tecnologia 5G sarà a servizio di Internet delle cose o degli oggetti (IOT). In una logica di massima connettività nelle nostre case ad esempio, attraverso internet saremmo connessi al televisore, alla lavastoviglie, alla lavatrice, al termostato per il riscaldamento, al robottino per la pulizia del pavimento, sino a microchip inseriti nel cartone del latte, nei pannolini dei bambini, ecc. Così sarà per le città “smart” sino alle macchine a guida autonoma. Per garantire tutto questo servirà una rete di connettività mai vista in precedenza, con migliaia e migliaia di micro antenne posizionate in ogni dove, dai lampioni lungo le strade, alle pensiline dei mezzi pubblici, che genererà, attraverso frequenze mai esplorate in precedenza, un ulteriore innalzamento dei livelli elettromagnetici. Vi sarà anche una diffusione di tale tecnologia attraverso numerosi satelliti lanciati nello spazio. Agcom stima un milione di collegamenti simultanei garantiti per ogni chilometro quadrato. Saranno miliardi invece, gli oggetti connessi nel mondo. Nessuna area vitale sarà più risparmiata (anche parchi naturalistici e foreste) con un intento di copertura del segnale pari al 98% del territorio nazionale entro il 2025. Sarà un bombardamento di microonde 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, per 365 giorni all’anno. Purtroppo sarà previsto per supportare tale tecnologia anche l’aumento, per legge, degli attuali limiti di esposizione: da 6 V/m a 61V/m, quindi 110 volte più alti! (guarda caso come raccomanda l’ICNIRP).

Cosa cambierà per la nostra salute?

Moltissimo. Se è dimostrato che per il 2G/3G/4G, il wi-fi, gli effetti sulla salute umana sono incontrovertibili, per il 5G sarà altrettanto. Ricordo quanto riporta in una recente intervista, un ricercatore stimato come il prof. M. Pall, professore di biochimica alla Washington State University, a proposito della implementazione del 5G: “tecnologia inadeguata, obsoleta e a favore dell’industria delle telecomunicazioni che comporterà numerosi e importanti danni come cecità, perdita dell’udito, cancro della pelle, infertilità maschile e problemi alla tiroide”. Chi è sensibile al tema si deve opporre con fermezza e decisione. Ricordo le moratorie prodotte da numerosi scienziati, medici e ricercatori che chiedono uno stop all’avanzamento del 5G sino a che non sia dimostrato attraverso studi indipendenti la totale innocuità biologica di questa tecnologia. Altrimenti saremo sottoposti, tutti, nessuno escluso al più grande esperimento di massa al mondo senza consenso informato.

Lei è presidente di una associazione che fa riferimento a una malattia sconosciuta, sicuramente una malattia dei nostri tempi. Ci può dire qualcosa riguardo ai sintomi, diffusione, ed eventuali riconoscimenti?

L’elettrosensibilità rappresenta una reazione avversa multiorgano caratterizzata da sintomi che variano molto per intensità, frequenza e durata che si verificano per esposizione a radiazioni elettromagnetiche emesse da diversificate sorgenti sia di alta che di bassa frequenza (dagli smartphone, al wi-fi alle antenne di telefonia mobile, ecc) per valori di campo elettromagnetico ben al di sotto di quelli previsti dalle normative nazionali ed internazionali. Una caratteristica comune è rappresentata dal fatto che la sintomatologia si presenta ogni qual volta si viene esposti ad una radiazione elettromagnetica per poi scemare con l’allontanamento da essa. Questo è un passaggio molto importante nel riconoscersi elettrosensibili. Si chiama nesso di causalità (caso/effetto). I sintomi sono espressione dell’interessamento di diversi organi ed apparati. Il sistema nervoso centrale/periferico, il sistema nervoso autonomo, l’apparato cardiovascolare e il tegumento (cute +annessi). Principali e più frequenti sono cefalea, emicrania, vertigini, nausea, acufeni, vuoti di memoria, difficoltà a concentrarsi, disturbi del sonno, tachiaritmie, rush cutanei sensazioni di bruciore e pizzicorio alla cute, disturbi alla visione, stanchezza cronica, facile esauribilità. Il 10% dei soggetti colpiti è gravemente disabile, presentando un totale capovolgimento dello stile e della qualità di vita sino al ritiro sociale. La patologia è a crescita esponenziale e va di pari passo con la diffusione delle tecnologie wireless. Stime OMS pongono al 3% la soglia superiore di incidenza. Il che equivale a milioni di persone nel mondo. Se consideriamo la sola Italia con questo valore di soglia la stima si attesta su 1.8 milioni di persone colpite. In realtà i dati forniti dall’OMS sono sottostimati. In Svizzera per esempio ne soffre il 5% della popolazione, in Germania l’8%, in Svezia sino al 10%. Sono dati impressionanti se pensiamo a quanti nel mondo possiedono almeno uno smartphone. Ed ancora più inquietante è pensare a quanti bambini siano inconsapevolmente esposti. I medici della nostra associazione vedono abbassarsi sempre più la soglia di età colpita. Per quanto concerne i riconoscimenti, la Svezia è il primo paese al mondo ad avere riconosciuto l’elettrosensibilità come disabilità (danno funzionale). In quel paese gli elettrosensibili possono adire a diritti di pari opportunità come il poter ricorrere alle schermatura delle proprie abitazioni o negli ambienti di lavoro sino a poter usufruire di stanze dedicate nei nosocomi a bassissimo impatto elettromagnetico. Il Parlamento Europeo nella storica risoluzione del 2009 richiama gli stati membri a riconoscere l’elettrosensibilità come disabilità come avvenuto in Svezia. Mentre l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa nella risoluzione del 2011 raccomanda la creazione di aree electric free per tutti i soggetti elettrosensibili. Sono passati indubbiamente non pochi anni, e decisioni da parte di organi competenti in materia non si sono viste. Confidiamo in tutti quei ricercatori, medici, scienziati che insistentemente richiedono da parte dell’OMS l’inserimento dell’EHS nei codici delle malattie internazionali (ICD) al fine di poter adire ad un giusto riconoscimento in termini diagnostico/prognostico/terapeutico. Ad oggi una larga fascia della popolazione anche in Italia è totalmente abbandonata dal sistema sanitario. Invisibile.

Qualcuno dice che siamo tutti elettrosensibili. È d’accordo?

Si, come dicevo in precedenza l’uomo è un essere elettromagnetico. Ognuno nella sua individualità possiede una soglia di sensibilità al campo elettromagnetico artificiale presente nell’ambiente. Siamo tutti elettrosensibili, solo che non tutti poi manifestano sintomi specifici e peculiari come quelli dell’elettrosensibilità durante esposizioni a sorgenti elettromagnetiche. Purtroppo è dimostrata una correlazione dose/risposta in rapporto alle esposizioni. Ciò sta a significare che mi posso sensibilizzare a livello biologico alle radiazioni prodotte dal mio wi-fi o dal mio smartphone, senza accorgermene. Ad un certo istante, magari dopo l’ennesima telefonata, inizio a sviluppare sintomi sino ad allora mai sperimentati. Si è rotto qualcosa, si è rotto quell’equilibrio mantenuto tale dai sistemi di difesa delle nostre cellule che esaurendosi nel tempo hanno permesso all’insulto esterno di vincere anche le più strenue resistenze. È fondamentale quindi adire a percorsi di prevenzione primaria attraverso norme di igiene elettrica come per esempio utilizzare uno smartphone con gli auricolari col filo, piuttosto che evitare di tenerlo nella tasca anteriore dei pantaloni, piuttosto che sostituire la connessione wi-fi con il cavo (anche a scuola). Al riguardo la nostra Associazione ha prodotto un dodecalogo per la protezione personale scaricabile dal sito http://www.elettrosensibili.it e ha improntato corsi di prevenzione e conoscenza nelle scuole di ogni ordine e grado.

Cosa vorrebbe comunicare a nome degli ammalati di EHS a un partito come il pdf, così attento all’esigenze della famiglia, dei bambini, delle future generazioni?

Abbiamo ormai pochissimi dubbi e moltissime certezze che le esposizioni alle radiazioni elettromagnetiche causino danni alla salute psicofisica, ed in particolar modo alle categorie più fragili ed esposte come donne in stato di gravidanza, neonati, bambini, adolescenti e giovani. Dobbiamo garantire alle generazioni future una crescita ed uno sviluppo armonico, in sintonia con il proprio corpo e nel rispetto di chi ci sta accanto. Siamo malati a cui sono stati privati i diritti più elementari, quello alla salute in primis. Chiediamo, da una lato di inibire l’implementazione di tecnologie (fino a prova contraria) i cui effetti sanitari e ambientali saranno devastanti per tutti, nessuno escluso, magari bloccando il decreto legge previsto per l’aumento dei limiti, dall’altro di interessarsi sempre più a categorie scartate come noi, anche attraverso l’attuazione di decreti volti alla tutela e alle pari opportunità per un doveroso reinserimento sociale (molti sono i soggetti che hanno perso il lavoro) in condizioni di vivibilità e decoro. Nessun partito (al di là di qualche singolo appartenente) fino ad ora si è chinato su questo problema andando a fondo e studiando il fenomeno. Non siamo persone contro la tecnologia, siamo persone che auspicano uno sviluppo tecnologico sostenibile.

Come reagire a questo aumento vertiginoso dell’elettrosmog?


Bisogna fare corpo tra associazioni, comitati che lottano contro l’elettrosmog, associazioni di consumatori, medici, avvocati, politici, istituzioni al fine di creare sinergie che abbiano un solo comun denominatore: l’applicazione del Principio di Precauzione nell’alveo della Prevenzione Primaria. Prevenire come si dice, è meglio che curare. La recentissima sentenza del TAR del Lazio che obbliga i Ministeri ad attuare un programma su scala nazionale di informazione sui rischi correlati all’uso della tecnologia, ne rappresenta un fulgido esempio. Non roviniamo tutto. Sarebbe un’ulteriore sconfitta. Dobbiamo vigilare.

Il 2 marzo ci sarà un incontro importante a Vicovaro che viene pubblicizzato nei vari gruppi come il gruppo fb STOP5G ITALIA e la pagina fb NO 5G popolo della famiglia. Immagino che lei parteciperà

Certamente. Il prossimo incontro di Vicovaro (Rm) che ci vedrà presenti con una relazione sull’elettrosensibilità, rappresenta a mio avviso la base di partenza per l’avvio di un percorso sinergico di dialogo e di interazione tra diversi soggetti che per diversificate sensibilità vogliono farsi carico, confrontarsi, dialogare, lavorare alacremente per il raggiungimento di quelli obiettivi che non rappresentano altro che la realizzazione del bene comune a tutela della salute di tutti.

di Elisabetta Saviotti

31 gennaio 2019

FONTE: Croce quotidiano online


Per approfondimenti:

Siti internet:

Associazione Italiana Elettrosensibili

SOS Sensibili



Pagine Facebook:

Associazione Italiana Elettrosensibili

Elettrosensibili

Stop5G ITALIA

Stop5G PRATO

NO 5G Popolo Della Famiglia

giovedì 21 febbraio 2019

MCS, quando l'intolleranza è totale


La sindrome A Civitanova fondata una associazione no-profit presieduta dal dottor Sarno. La Regione ha individuato il centro di riferimento per questa patologia all'ospedale di Jesi

Una sindrome poco conosciuta ma di cui si comincia a parlare molto anche nelle Marche. «E' la MCS, Sensibilità Chimica Multipla, una sindrome multi sistemica immuno-neuro-tossica di intolleranza ambientale totale alle sostanze chimiche che può colpire vari apparati ed organi del corpo umano. Le sostanze chimiche danneggiano il fegato e il sistema immunitario sopprimendo la mediazione cellulare che controlla il modo in cui il corpo si protegge dagli agenti estranei. I sintomi si verificano a livello respiratorio, gastrointestinale, endocrino, cardiocircolatorio, neurologico, in risposta all'esposizione a molti composti chimicamente indipendenti e presenti nell'ambiente in dosi anche di molto inferiori a quelle tollerate dalla popolazione in generale e possono aggravarsi fino allo choc anafilattico», dice il dottor Luigi Sarno, biologo.

Le mutazioni

Nelle Marche è nata un associazione di volontariato no-profit, per iniziativa sua e della moglie Enza, malata di MCS. «Da un piccolo nucleo di pochi malati è nato prima come gruppo WhatSapp, alla fine del 2017, per lo scambio di informazioni, consigli, aiuto reciproco. Poi dopo la costituzione in comitato, il 24 febbraio dello scorso anno, e la registrazione al Comune di Civitanova Marche, è gradualmente e notevolmente cresciuto, grazie al passaparola tra malati e alla pagina facebook “MCS Marche” che l'ha fatto conoscere anche a malati di altre regioni», racconta Sarno. La MCS è una delle malattie «più gravi conosciute al mondo poiché implica un'invalidità totale che porta all'isolamento fisico e impedisce qualsiasi forma di vita sociale; definita da tre stadi evolutivi successivi al primo che per antonomasia è la tollerabilità normale, porta il malato a non tollerare la chimica dell'ambiente esterno, quella dell'ambiente domestico e del lavoro. I malati di MCS – spiega Sarno – non possono condurre una vita normale, molti non sopportano neppure il contatto con gli abiti se di tessuti sintetici; non possono neppure entrare in un Pronto Soccorso ospedaliero o ricoverarsi per un intervento o accertamento, non possono fare le normali terapie farmacologiche». Ma quanti sono i malati nelle Marche? Non ci sono dati nazionali né regionali. «I medici di famiglia e ospedalieri non diagnosticano né comunicano i dati perché non conoscono la patologia, non ci sono strumenti di notifica e comunque non è loro richiesto. Uno degli scopi del nascente Centro di riferimento regionale è quello di istituire il Registro regionale dei soggetti affetti e censirli».

La situazione

Chi si occupa dei malati? «Al momento nessuno! - replica Sarno – Non vi sono in Italia strutture pubbliche di accoglienza ad essi adatte. I malati sono quindi abbandonati a loro stessi e si rivolgono ai pochi specialisti che conoscono la patologia, prescrivono accertamenti e terapie con integratori e omeopatici. Purtroppo essendo pochi questi medici sono sovraccarichi di lavoro e hanno difficoltà a seguire i malati che di sovente non tollerano le terapie prescritte. Inoltre sono tutti medici privati, per cui i costi delle visite, degli accertamenti diagnostici e delle terapie sono elevati e spesso insostenibili per molti malati, che proprio a causa delle loro condizioni, sono del tutto privi di reddito. Desideriamo ringraziare la Giunta ed il Consiglio Regionale, per la sensibilità e l'impegno nell'approvare il 18 dicembre 2017 la Legge Regionale n. 38 di riconoscimento della patologia, che ha fatto seguito ad una precedente delibera che riconosce un rimborso economico ai malati per le spese che sostengono. Il comitato ha collaborato con la Regione Marche – Servizio Sanità alla redazione delle norme attuative della stessa, emanate il 17 dicembre 2018 con la Delibera n. 1722. Come è noto questa ha individuato il centro di riferimento regionale nell'Ospedale di Jesi – Clinica Reumatologica. Nello specifico abbiamo richiesto tra l'altro il rilascio ai malati da parte del Centro di una tessera identificativa che possa allertare sin dal primo accesso i reparti ospedalieri per l'adozione dello specifico protocollo per MCS. Insieme ad altre sette associazioni, attive a livello nazionale, il Comitato ha costituito un raggruppamento chiamato “Coordinamento MCS” che si rapporta con Regioni e Parlamento per richiedere e supportare normative utili ai malati, sulla scorta di quelle emanate dalla Regione Marche, diventata a detta di molti un punto di riferimento nazionale».

Di Veronica Bucci

29 gennaio 2019

FONTE: Corriere Adriatico

mercoledì 23 gennaio 2019

Lettere aperte di due madri con figlie affette da gravi patologie rare, preoccupate per la possibile chiusura dell'ambulatorio "Transitional Care"

UN “POSTO IN OSPEDALE” PER LE DISABILITA' COMPLESSE: APPELLO DI UNA MAMMA


Marina Cometto, mamma di una donna con una grave malattia rara, racconta le mille difficoltà incontrate nei ripetuti interventi sanitari necessari per sua figlia. “Finalmente ci siamo imbattuti in Transitional Care, all'ospedale Molinette. Se chiuderà, saremo di nuovo orfani”

ROMA - Claudia ha 45 anni e una grave malattia rara, che le provoca una disabilità complessa. Complessa sì, perché tante sono le implicazioni sanitarie che comporta a più livelli: neurologico, cognitivo, cardiaco, ortopedico, respiratorio, gastrointestinale e metabolico. Claudia ha la sindrome di Rett e non parla, “non è in grado di esprimere dove ha male”, spiega la mamma, Marina Cometto, che da sempre si occupa di lei a tempo pieno. E che oggi denuncia l'inadeguatezza del sistema sanitario nel farsi carico di questi pazienti. E chiede che i pochi centri di riferimenti e di eccellenza non vengano smantellati, come invece si teme che accadrà presto a Torino, con il "Transitional Care", che da qualche anno si prende cura di Claudia ogni volta che è necessario. “La complessità della patologia, invece di coinvolgere ancor più la classe medica, l’allontana: e noi ci troviamo soli a dover affrontare quotidianamente tutte le complicanze che la malattia presenta”.

In una lettera indirizzata alla direzione dell'ospedale Molinette, Marina Cometto prova a raccontare l'odissea sanitaria affrontata per anni, il grande sostegno ricevuto dall'ambulatorio dedicato "Transitional Care" e la forte preoccupazione di fronte alla possibilità che questa esperienza possa presto concludersi.

“In ospedale, in pronto soccorso, negli ambulatori, tutto è complicato per chi ha una disabilità complessa – assicura Cometto - Quando devo accompagnare mia figlia al pronto soccorso, perché presenta disturbi e sintomi che non riesco a decifrare, è un calvario ogni volta: gli infermieri del triage non conoscono la specificità di queste malattie e assegnano un'urgenza "di prassi", come se fossero persone sane che si recano in pronto soccorso con leggerezza. Non sanno che se io accompagno mia figlia al pronto soccorso è perché, nonostante 45 anni di vita con la sua malattia, noto che qualcosa di più serio o grave c’è”.

In questo complicato percorso sanitario, “dopo tanti anni di grandi difficoltà per trovare una struttura sul territorio che potesse prendere in carico mia figlia, finalmente ci siamo imbattuti nell’ambulatorio "Transitional Care", diretto da un ottimo medico, con tanta professionalità e attenzione per il paziente: se c’era bisogno di un esame del sangue , se lo specialista prescriveva controlli, il dottore si faceva carico delle prenotazioni e noi come famiglia ci sentivamo sostenuti nei nostri più grandi problemi, quelli sanitari”. Un incontro provvidenziale, perché “mia figlia, come probabilmente tutte le persone con disabilità complessa, ha bisogno di trovare personale medico e sanitario accogliente, disponibile, competente, che non abbia fretta e che si approcci serenamente alle nostre "bimbe" che, pur avendo difficoltà cognitive, riescono però a sentire l’affetto e il rispetto che chi le avvicina, nutre per loro. Un rispetto e un affetto che le nostre figlie non incontrano facilmente negli ambienti medici, perché le disabilità complesse fanno paura anche ai sanitari”.

Per questo, il "Transitional Care" è un luogo necessario, indispensabile per queste persone e per le loro famiglie. Ora però “si dice che l'ambulatorio probabilmente chiuderà i battenti quando il dottore responsabile andrà in pensione: non è stato nominato un successore, né progettato un percorso di continuità per accedere a cure e esami presso l’ospedale Molinette. Noi ci sentiamo di nuovo orfani – denuncia Marina Cometto - A chi ci rivolgeremo per programmare visite ed esami che sono indispensabili per garantire una buona qualità di vita ai nostri figli? Io sono stanca di dover andare a cercare il medico attento, sensibile e disponibile, sono stanca di vedere medici sgomenti di fronte alle grandi complessità presenti in una sola persona, sono stanca di vedere esami procrastinati perché non si sa come approcciarsi, come organizzare, come capire”.

Per questo, Marina Cometto chiede “il proseguimento dell’attività dell’ambulatorio "Transitional Care", l’accoglienza di nuovi pazienti che sembra sia stata interrotta, ma anche la sollecitazione presso tutti i dipartimenti sanitari di una maggiore disponibilità e accoglienza per questi pazienti, con disponibilità di visita in tempi più brevi possibili, altrimenti per noi il pronto soccorso è d’obbligo, con tutte le criticità che abbiamo notato e vissuto”. E' poi necessaria, per Marina Cometto, “la realizzazione anche a Torino, presso la Città della Salute, del progetto "DAMA" che già esiste a Milano, a Terni e in altre città, per un percorso dedicato di accoglienza per le persone con disabilità complesse fin dal pronto soccorso, perché le loro necessità sanitarie sono tali che difficilmente le comuni prassi risultano adeguate. La medicina è una scienza a tutela della salute dell’essere umano - conclude Cometto - Le persone con disabilità complesse sono meno umane delle altre? O non dovrebbero, al contrario, ricevere maggiori attenzioni, proprio a causa della loro fragilità?”

9 GENNAIO 2019

Fonte: Redattore Sociale


LETTERA APERTA DELLA MAMMA DI UNA SPLENDIDA RAGAZZA AFFETTA DA VARIE PATOLOGIE RARE

Buongiorno,

sono Lucia, mamma di una splendida ragazza di 27 anni affetta da diverse patologie rare che vive in Lombardia e che dalla Regione Lombardia è approdata a Torino per le cure, grazie all’interessamento di un medico dell'ospedale Regina Margherita di Torino.
Nel maggio 2010, quando mia figlia aveva 19 anni, abbiamo scoperto che era portatrice sin dalla nascita di una patologia rara della quale nessuno ci aveva mai parlato, inoltre ad agosto del 2018 abbiamo scoperto che era già stata diagnosticata in una risonanza magnetica effetuata nei suoi giorni di vita in patologia neonatale, ma non messa in diagnosi alle dimissioni. Il medico del Regina Margherita ha attuato tutto quello che doveva essere fatto prima (e non era stato fatto) e quando è andato in pensione ci ha indirizzato presso l‘Ambulatorio di Transizione dall’età pediatrica all’età adulta delle Molinette di Torino, che è nato per garantire una continuità assistenziale ai pazienti.
Ora mi giunge di nuovo come l'articolo pubblicato ieri su Redattore Sociale (vedi sopra) da un altra mamma che usufruisce dello stesso ambulatorio. Un fulmine ad ciel sereno per noi, dopo l'incontro avuto con la Direzione, che si vuole chiudere questo ambulatorio.
Io ho avuto nel luglio 2018 un incontro con la direzione della Citta della Salute nelle persone del Dott. La Valle e il Dott. Scarmozino, e ho voluto insieme a me il presidente e vice presidente della Federzione malattie rare infantili di Torino, nel quale ci era stato detto che l'ambulatorio "Transitional Care" non avrebbe chiuso ma si sarebbe allargato. Noi ci chiediamo se sia giusto lasciare a casa questi operatori che con grandissima fatica si sono costruiti insieme alle famiglie dei punti di riferimento. Con loro non abbiamo solo imparato la gestione domiciliare del malato, ma instaurato un rapporto umano, e tutto questo è servito a darci più sicurezza e un po’ di serenità.
NOI NON CI STIAMO!
Sono 8 anni che ogni mese andiamo a Torino per gli esami e le visite in ospedale e non abbiamo mai chiesto un centesimo a nessuno, anzi affrontiamo le spese felici di farlo perché è per la salute della nostra figlia e perché è seguita, monitorata e assistita da persone competenti. Aggiungo che con tutte queste persone, sia che siano infermieri, OSS, ASA, personale di segreteria si è stabilito un rapporto di fiducia e di rispetto.
Con loro, quando mia figlia viene a Torino, si crea un qualcosa di "magico" fatto di attenzione e di sorrisi, di centralità della persona ammalata.
Ora, vi sembra umano e civile distruggere tutto il percorso che è stato fatto grazie ai medici e a tutto il personale paramedico e non, per mia figlia e tutti gli altri ragazzi?
L’ambulatorio della transizione è un passaggio importantissimo per tutti i portatori di patologie complesse e rare nel momento del difficile passaggio dall’età infantile a quella adulta, e non possiamo perdere questa opportunità. Sarebbe perdere una chanche di una qualità di vita migliore, ben consapevole che le patologie rare e complesse di mia figlia, andando avanti, peggioreranno sempre di più
Per questo io e mio marito siamo disposti a trasferirci a Torino, perché la qualità di vita del malato raro è la priorità per una famiglia: chiediamo solo salute e serenità per noi e per tutte le altre famiglie. Credo fermamente che ricevere cure adeguate in un contesto amorevole sia un diritto di tutti, soprattutto di chi è affetto da malattie rare e disabilità complesse
Io spero che alla fine prevalga il buonsenso e mi appello alla coscienza di chi ha la possibilità di decidere, perché penso che anche loro hanno una famiglia e mi auguro che sappiano cosa vuol dire essere genitori.

Lucia


11 gennaio 2019


Pubblico l'accorato appello di queste due donne, madri di due ragazze affette da patologie rare assai gravi e molto invalidanti, entrambe molto preoccupate per la probabile chiusura dell'ambulatorio "Transitional Care" di Torino, che fino ad ora si era occupato delle loro figlie e di tante altre persone, al pari di loro, affette da malattie rare e gravi, con grande professionalità, competenza e umanità.
E' veramente un grande peccato che quando c'è qualcosa di veramente buono, di valido, del nostro Sistema Sanitario Nazionale sul nostro territorio, questo debba chiudere i battenti, lasciando nello sconcerto e nella desolazione le famiglie di questi malati rari che ora non sapranno più a chi rivolgersi. Io mi auguro, con tutto il cuore, che la decisione di chiudere questo ambulatorio non debba essere presa e che ci sia ancora spazio per tornare sui propri passi, facendo così proseguire l'attività di questo centro così importante e funzionale. Spero veramente che il buon senso prevalga in questa direzione, per il bene di tanti malati e disabili gravi e complessi, e per le loro rispettive famiglie.

Marco

sabato 12 gennaio 2019

Christian cerca una casa senza scale e senza barriere


«La solidarietà è stata autentica, la storia di Christian ha commosso tanti e tanti ci hanno mostrato vicinanza, offrendoci disponibilità e aiuti concreti. Purtroppo ora siamo arrivati al punto che non possiamo più vivere in questa casa di Cassiano», dicono i genitori del ragazzino

CHIARAVALLE – Al Galoppo e a Cassiano, dopo la chiusura della discarica, l’aria è buona e Christian può respirare e vivere tranquillo, pur facendo i conti con una leucodistrofia maledetta che distrugge pian piano i suoi verdissimi 12 anni. A Cassiano si vive dignitosamente ma… ci sono le scale, e tante, in quella casa che con tanti sacrifici papà Sergio e mamma Emily hanno comprato poco prima che nascesse un figlio atteso e amato, venuto alla luce senza che nessuno potesse neppure lontanamente immaginare la comparsa entro breve tempo di una rarissima malattia genetica degenerativa.

«La gente ci ha aiutato molto – dicono Sergio Cialona e la moglie Emily Iavasile – al contrario della Regione e di alcune istituzioni che ci hanno tolto anche quello che ci spetta di diritto. La solidarietà è stata autentica, la storia di Christian ha commosso tanti e tanti ci hanno mostrato vicinanza e sensibilità, offrendoci disponibilità e aiuti concreti. Purtroppo però, ora siamo arrivati al punto che non possiamo più vivere in questa casa di Cassiano: troppe scale da salire e scendere, con la carrozzina di Christian che è sempre più pesante e nessuna possibilità di dotare questa casa di un ascensore: mancano soldi e spazi per adattare un sollevatore all’abitazione».
La mamma segue Christian passo passo, ha abbandonato il lavoro per stare con lui che necessita di assistenza continua; il papà Sergio ha un lavoro part time che lo soddisfa ma che non può garantire entrate economiche sufficienti per pagare ogni cura e ogni necessità del piccolo figlio malato, un figlio che hanno già portato a San Diego per cure all’avanguardia e che dovrebbero riaccompagnare tra breve negli Stati Uniti per altre cure sperimentali con le cellule staminali.

«Attualmente Christian viene seguito dal terapista Edoardo Costantini nella piscina di Chiaravalle e da Annalisa Asoli, fisioterapista di Senigallia: li ringraziamo entrambi perché grazie a loro Christian mostra sensibili progressi». Emily Iavasile ha anche scritto due libri “Christian il nostro senso della vita” ed il recente “Vivere con una speranza” per raccontare cosa significhi essere una donna, una moglie e soprattutto una madre che lotta quotidianamente con la malattia e la disabilità.

Due libri che Emily ha scritto in gran parte nelle ore notturne quando era, silenziosa ed insonne, accanto al figlio e che sono stati venduti con successo, contribuendo a raccogliere fondi per le cure del piccolo Christian. Il cruccio di Sergio ed Emily resta però la casa, una casa che da sei anni è in vendita perché non può rispondere alle necessità di Christian ormai quasi adolescente. «La Regione ci assicura solo due ore di assistenza domiciliare; per il resto tutto è a pagamento, dalla fisioterapia a Senigallia alla riabilitazione in piscina a Chiaravalle, perfino i pannolini e i rimborsi ce li danno col contagocce. Abbiamo assolutamente bisogno di vivere in una casa diversa: al piano terra, senza scale e senza barriere architettoniche. Non chiediamo favori, solo la possibilità di aiutarci a vendere questa casa per andare a vivere in una nuova». Christian ascolta e sembra annuire mentre osserva il suo libro sugli squali e mentre guarda quelle scale che rappresentano ormai un ostacolo insormontabile.

di Gianluca Fenucci

26 luglio 2017

FONTE: Centro Pagina


L'articolo è un pò datato ma l'appello di Sergio Cialona, padre di Christian, è assolutamente attuale e quanto mai urgente dal momento che Christian cresce ed è sempre più difficoltoso poterlo portare fuori casa. L'appello è rivolto sopratutto a tutte le persone che sono proprietarie di agenzie immobiliari o che conoscono qualcuno che ci lavora. Chiunque può aiutare questa famiglia a vendere la loro casa contatti Sergio Cialona, magari attraverso il suo profilo Facebook.
Grazie di vero cuore a chi lo farà.

Marco

martedì 18 dicembre 2018

Sensibilità Chimica Multipla, i malati chiedono assistenza


IL CONVEGNO MEDICI ED ESPERTI HANNO FATTO IL PUNTO SULLE PATOLOGIE DERIVANTI DALL'AMBIENTE

Aumentano i malati affetti dalla «MCS». Si tratta della «Sensibilità Chimica Multipla», una patologia rara che produce sintomi differenti e variabili da individuo ad individuo e, in molti casi, si accompagna alla Sindrome da Stanchezza Cronica, associata ad Elettrosensibilità. I pazienti, ormai sempre più numerosi, sollecitano l'adozione di specifici protocolli di assistenza sanitaria.
Questo tema è stato al centro del convegno «Tuteliamo l'ambiente», promosso l'altro ieri (10 dicembre 2018), a palazzo Carafa, dall'assessorato all'Ambiente del Comune e dall'associazione Malati Ambientali (As.m.amb.) e dal gruppo IdeAzione, che ha visto confrontarsi esperti in materia di malattie ambientali e di elettrosensibilità. L'obiettivo era quello di informare la popolazione sui crescenti rischi dell'inquinamento che comportano gravi ripercussioni sulla salute.
Sono intervenuti l'avvocato Carlo Mignone, assessore all'Ambiente, con una relazione sul tema «Progresso della città e salvaguardia ambientale; le azioni dell'amministrazione comunale di Lecce a tutela della comunità»; Giuseppe Serravezza, medico chirurgo oncologo, che ha messo in luce la positiva esperienza della Lilt di Lecce; Adriano Anglana, medico chirurgo, che ha descritto i fattori ambientali e su come questi possano influire sui sintomi, da individuo ad individuo; il giornalista Maurizio Martucci, in collegamento telefonico, ha illustrato i negativi effetti dell'elettrosensibilità. Il dibattito, moderato dal giornalista Davide Stasi, ha evidenziato come la ricerca sanitaria abbia fatto passi in avanti nella lotta al cancro, ma resta ancora molto da fare. Anche se aumentano i casi di guarigione, infatti, il numero dei malati di tumore cresce ad una velocità decisamente maggiore. E' stato dimostrato che, alla base, c'è un processo di interazione dinamica tra il genoma e l'ambiente. Le esperienze fatte nell'ambiente quotidiano sarebbero, infatti, in grado di modellare l'attività dei geni, attraverso le cosiddette modificazioni epigenetiche. Le esposizioni all'ambiente in grado di influenzare i geni sono varie e riguardano il tipo e il livello di alimenti assunti, le tossine a cui ci si trova esposti e il livello di stress sia nella prima infanzia che negli stadi di sviluppo successivi.
Le patologie neoplastiche hanno origine da mutazioni genetiche che portano alla formazione di cellule maligne, che si riproducono molto velocemente. Tuttavia, si è riscontrato che uno stesso tumore può svilupparsi in maniera diversa e in differenti forme da un individuo all'altro. I ricercatori ritengono che questo diverso modo di manifestarsi della patologia sia regolato proprio dai fenomeni che stanno alla base dell'epigenetica.

12 dicembre 2018

FONTE: Gazzetta del Mezzogiorno

martedì 4 dicembre 2018

Bagheria. Yvelyse Martorana protesta davanti al Comune e chiede aiuto per la sua patologia


Protesta davanti al comune di Bagheria da parte di Yvelyse Martorana, la donna che da anni vive con una malattia invalidante, la Sensibilità Chimica Multipla, che non le consente di vivere una vita vivibile a causa degli agenti chimici ed elettrostatici che si trovano nella nostra società. Questa mattina è arrivata davanti al Comune a bordo della sua fiat Punto accompagnata dal suo compagno, Andrea. Yvelyse ha tappezzato la sua auto con dei cartelli con i quali ha reso nota la sua malattia e con i quali ha chiesto un intervento del Comune.
Chiede che l’amministrazione intervenga verso i condomini del suo palazzo in via Papa Giovanni affinchè, almeno nelle ore notturne, spengano i wi-fi che le creano ulteriori problemi di salute.
La donna ha incontrato il sindaco Patrizio Cinque che ha sottolineato che con il legale del comune cercherà di individuare una soluzione.
Di seguito una lettera che la donna ha mandato alla redazione di "La Voce di Bagheria".

“Ancora una volta ricorro a carta e penna per raccontare avventure e disavventure della mia convivenza con la Sensibilità Chimica Multipla (MCS) e l’Elettrosensibilità (EHS) e, se fosse un racconto a puntate, questo episodio lo intitolerei: “di nuovo fuori casa?”, con un bel punto interrogativo in evidenza, perché da qualche giorno me lo sto chiedendo: devo fuggire di nuovo dal mio appartamento? In questo periodo sono in casa, bloccata dall’influenza e da un forte attacco di sinusite che posso tenere a bada solo rimanendo assolutamente al caldo, perché assumere farmaci per me è sempre un rischio. Eppure, avrei estremo bisogno di uscire e rimanere qualche ora nello spazio condominiale a scaricare la mia elettrosensibilità.
Ed è di questo che vorrei parlare oggi: della EHS.
Sembra l’acronimo di una malattia da film di fantascienza e, se ne analizziamo il funzionamento, troviamo questa patologia davvero incredibile. Tuttavia, malgrado l’incredulità, esiste, posso assicurarlo, così come lo assicurano tutti i malati che ne sono affetti.
L’ipersensibilità ai campi elettromagnetici (nel mio caso strettamente correlata alla MCS, ma non sempre è così) provoca una specifica sintomatologia quando il soggetto che ne è affetto si espone ai CEM (appunto, campi elettromagnetici): emicranie violente, problemi di concentrazione, deficit di memoria, problemi all’udito, dolori diffusi, nausea, problemi alla vista e all’equilibrio e forse dimentico qualche sintomo, comunque quasi tutti sperimentati sulla mia pelle e assolutamente reali. I CEM sono ovunque: nelle case, nelle scuole, negli uffici, negli ospedali. Un qualsiasi impianto wi-fi espone a campi elettromagnetici, dunque un malato di EHS è spacciato, non sa dove nascondersi per sottrarsi al “bombardamento”. Per autodifesa mi sono dotata di uno strumento che rileva l’elettrosmog, ossia l’inquinamento elettromagnetico. Se il segnale luminoso è verde, puoi sopravvivere, nel senso che potresti non avere sintomi o comunque molto sopportabili; se il segnale è giallo o rosso , la cosa comincia a farsi seria e, a cascata, arriveranno mal di testa lancinanti e tutto il corredo di sofferenze che un elettrosensibile conosce bene. L’unica soluzione: la fuga, fuggire dalle onde in cerca di un angolino protetto, lontano dai CEM, e se anche si trattasse di un buco, va bene, perché il malessere può diventare davvero insopportabile e nulla te lo attenua, se non sottrarti alla fonte.
Trovare questi punti verdi, cioè dove il segnale wireless arriva debole, è quasi impossibile (pensiamo anche a tutti i ripetitori di telefonia mobile che ci sono in giro) e, quando li trovi, ti ci attacchi come una cozza. Io, siccome sono fortunata, li ho trovati nel cortile condominiale e così finora ho trascorso lì quasi le intere giornate, soprattutto da quando nelle uniche stanze del mio appartamento, dove il segnale era verde, qualcosa è cambiato e il giallo e il rosso ormai predominano. Prima dello strumento se ne è resa conto la mia testa, che ha cominciato ininterrottamente a pulsare e poi sono arrivati, puntuali, gli altri sintomi che da giorni non si attenuano. In poche parole, nella mia casa non ho più un angolo protetto e mi è impossibile rimanerci senza stare malissimo. Insomma, sono fuori casa, di nuovo e ancora una volta…!
Studi, ricerche e appelli di medici e scienziati ci stanno mettendo in guardia contro la nocività dei CEM. Se andate in libreria (non su internet, vi prego, i libri sanno ancora darci delle risposte), trovate notizie che multinazionali e istituzioni non vogliono darvi o vi spiegano solo in parte. Non mi inoltrerò in tematiche complesse perchè non ho neanche i titoli e la preparazione per affrontarle, ma una cosa è certa e la sto sperimentando: il wi-fi ha diritto di cittadinanza più di un essere umano! Allora, se sto male, sarò io a dovermene andare da qui, a vagare in cerca di un luogo per me ospitale, chissà dove, e con quante spese a mio carico? E tutto questo perché? Perché ci hanno persuasi che senza connessione veloce non possiamo più vivere, anche se ci fa ammalare, anche se fa ammalare i nostri figli.
Tra l’altro, per un malato di MCS ogni cambio di abitazione è pieno di incognite e, in genere, non si risolve in breve tempo, al contrario è un lavoro lungo e minuzioso che va affrontato per gradi. L’ipersensibilità chimica non è uno scherzo e per un malato di patologie ambientali la salomonica frase:
“trova una casa più adatta”, lascia il tempo che trova. La sola realtà è che per ogni affetto da MCS lasciare la propria dimora è, di fatto un trauma, perché per arrivare a stare bene in un ambiente nuovo ci si mette mesi, se non anni. Io, per bonificare la mia abitazione, ci ho messo un intero anno e sto ancora lavorandoci… E in pochi, pochissimi pensano al cablato, ossia internet via cavo (più lento, ma meno nocivo) come ad una soluzione più democratica, oltre che più sana, in quanto rispetterebbe chi è ammalato e chi non vuole ammalarsi a causa del wi-fi.
Molti rivendicano fantomatiche libertà individuali dentro le proprie abitazioni dimenticando, però, che il wi-fi non rispetta chi non lo ha scelto e, soprattutto, chi si è ammalato, attraversando le pareti di interi edifici e delle singole abitazioni e costringendo consapevoli e inconsapevoli cittadini a subire dentro casa propria immissioni nocive, senza alcuna possibilità di difesa. In commercio esistono schermature per le abitazioni che vanno installate da personale specializzato e hanno costi non indifferenti. Personalmente non posso utilizzarli in quanto i materiali schermanti non sono stati concepiti per i chimicamente sensibili, dunque potrei trovarmi nella paradossale situazione di installare una schermatura e poi non potere soggiornare nella stanza trattata a causa delle sostanze emesse dai materiali utilizzati. Vi sono poi altre controindicazioni specifiche nel mio caso, che non mi dilungo qui a spiegare, che mi impediscono categoricamente di usare i prodotti di cui sopra.
Sto davvero vivendo una situazione limite e trovo scandaloso che non mi si dia la possibilità di rimanere tranquillamente nella mia casa come sarebbe diritto di chiunque, soprattutto delle fasce più deboli della società che, di certo, andrebbero tutelate dalle istituzioni più di qualsiasi impianto wi-fi!
Credo sia assolutamente indispensabile che si arrivi ad una regolamentazione degli impianti wireless, sia nei condomini che nei luoghi pubblici, e che lo si faccia anche in modo severo. Questo sta già avvenendo in molte città, in Italia e all’estero, dove, soprattutto nelle scuole, sindaci e dirigenti virtuosi si sono resi conto che la salute dei nostri ragazzi vale più della connessione veloce ad ogni costo e hanno imposto lo smantellamento degli impianti wi-fi, sostituendoli con il via cavo. Una scelta decisa e consapevole che segue la saggia linea precauzionale, la quale si distingue nettamente dai più diffusi atteggiamenti qualunquistici che coltivano la devastante filosofia del “vabbè, tanto le cose che ci fanno male sono tante…!”. Terribile quando affermazioni del genere vengono fatte da amministratori, dirigenti, medici, insegnanti, ruoli di punta della società che avrebbero il dovere, tra l’altro, di fare del loro meglio per diffondere una cultura più attenta all’ambiente e alla salute pubblica. E mentre smetto di scrivere perché, puntuale, sta arrivando un’emicrania lancinante, mi chiedo: siamo sicuri che tutto questo sia ciò che vogliamo? Siamo davvero certi di averlo scelto?
”.


21 novembre 2018

Fonte: La Voce di Bagheria