sabato 27 giugno 2020

"Mio marito è attaccato a un tubo. Ma non ha meno diritti di altri"


Laura Faggi assiste da anni l’uomo devastato dai postumi di un incidente stradale e ricoverato a Macerata Feltria

Un marito in coma vegetativo da 5 anni, due meravigliose bambine da crescere, un lavoro stagionale sempre più precario, una mamma anziana non autosufficiente di cui occuparsi. E’ questo l’orizzonte quotidiano di Laura Faggi, 44 anni, donna, mamma, moglie, figlia. Ma il Covid-19 non solo ha complicato, come a tutti, il menage familiare, ma è andato a minare il lavoro di Laura. "Per la mia età, non mi hanno confermato il contratto a tempo determinato da segretaria d’azienda, che ho tenuto più che ho potuto. Gli apprendisti, come si sa costano meno e per la ditta sceglierne uno e metterlo al mio posto, è stata una scelta quasi obbligata. Fortuna che ho potuto conservare il posto di cameriera nei fine settimana in un locale di Rimini". Ma anche lì, il Covid19 ha limato le certezze. "Appena ripartiranno loro, anche io potrò tornare a lavorare".
Chi la conosce dice di Laura che è una persona inesauribile: il suo sorriso è aperto e luminoso, mai ammaccato dal peso di tutto quello questa signora affronta dall’età di 18 anni. Il babbo l’ha lasciata prematuramente, la mamma si è ammalata presto, il marito ha avuto salva la vita in un incidente d’auto, ma vive in ospedale. "E non potrà accompagnarle all’altare" osserva Laura, in un momento di tenero rammarico. Per Laura le sue figlie, insieme alla suocera, sono diventate la fonte di energia e coraggio per continuare il suo destino controvento. "I miei sogni? Almeno due. Il primo è di poter vedere mio marito trasferito a Villa Fastiggi, molto più vicina della sede di Macerata Feltria. Non l’ho mai trattato come un malato che aspetta di morire. E’ un confronto quotidiano: ogni giorno lavoriamo per fare progressi, per migliorare. Non è facile: uscita dall’ospedale senti di aver dato tutto di te. Ma è giusto esserci". E l’altro sogno? "Un lavoro stabile concederebbe, a me e alle mie figlie, di riprendere fiato. Il sorriso? No, quello non ci manca, perché anche nelle difficoltà, si può godere di piccole, ma importanti gioie. E questa è la nostra vita, speciale". Faggi è una che non molla. "In tanti dicono che quella di Lullo, mio marito non sia vita: mangi da un tubo, respiri da un altro. E’ vero: la vita normale non tornerà mai più: prima ne prendiamo consapevolezza e meglio è. Però non si può scegliere. E’ successo. Non c’è una spiegazione. E’ vero non ha niente a che fare con l’esistenza normale, ma non per questo Lullo e le persone che vivono in coma vegetativo hanno meno diritti. Questa condizione speciale non può essere ignorata. Né da noi e tantomeno dalle istituzioni. Speriamo che qualcuno abbia la voglia di conoscere meglio queste vite speciali e di fare qualcosa per loro".


di Solidea Vitali Rosati

2 giugno 2020

FONTE: il Resto del Carlino

mercoledì 24 giugno 2020

Taranto, tumore alle ossa a 11 anni. Il padre di Vincenzo: “Tra 15 giorni a Roma per il trapianto. Aiutateci non abbiamo soldi”


Vincenzo ha 11 anni e vive nel rione Tamburi a Taranto. Da dicembre del 2019 lotta contro un linfoma linfoblastico primitivo delle ossa che lo costringe a lunghi cicli di chemioterapia presso il reparto di Oncoematologia Pediatrica del Policlinico di Bari.

I viaggi da Bari a Taranto per permettere che il piccolo possa stare meglio pesano giorno dopo giorno alla famiglia di Vincenzo. Il padre, Francesco, è invalido e non potendo lavorare cerca di far vivere una vita dignitosa ai suoi cari con la sola pensione di invalidità.

“Pur di stare accanto a mio figlio ho dormito in macchina – racconta con la voce rotta Francesco – solo nel periodo di lockdown, essendo immunodepresso, non potevo stargli accanto”.

Vincenzo tra meno di 15 giorni sarà trasferito a Roma per sottoporsi a un trattamento di immunoterapia e per il trapianto di midollo osseo. “Per vincere questa lunga e durissima battaglia dobbiamo trasferirci per due mesi a Roma, ma non sappiamo come fare. Non abbiamo i soldi per pagare un albergo o una casa e andando avanti così non sapremo come riuscire a mangiare”.

Per questo motivo Francesco e sua moglie Tiziana hanno deciso di fare un appello sui social. “Chiediamo un aiuto a tutti voi per il nostro campione che per i prossimi mesi dovrà affrontare gli ultimi traguardi per riuscire a stare bene. Ringrazio anticipatamente tutte le persone e le associazioni che vogliono partecipare con un piccolo contributo a far rinascere Vincenzo”.

Per chi volesse contattare Francesco il suo numero di telefono è 347 8224989. Per ci invece volesse dare un piccolo contributo per aiutarli nella lotta contro la malattia può fare una donazione sul conto corrente della famiglia intestato a Francesco Semeraro. Il codice Iban è IT91 V076 0115 8000 0009 3276 467 e la causale è BENEFICENZA PER IL PICCOLO VINCENZO.
“Basta anche solo un centesimo per regalare una nuova vita al mio bambino. Grazie a tutti quelli che ci daranno una mano”.


di Eleonora Franklin

21 giugno 2020

FONTE: Il Quotidiano Italiano

giovedì 18 giugno 2020

Deborah e i malati senza diagnosi: «Con Covid ancora più invisibili, ma le patologie non sono in quarantena»


Le difficoltà di chi non conosce nemmeno il nome della sua malattia. In tanti hanno dovuto rinunciare a visite, esami e altri trattamenti disponibili solo in pochissimi centri specializzati spesso fuori Regione

Soffrono di una malattia rara di cui non sanno nemmeno il nome poiché presentano condizioni cliniche talmente complesse e rare che sono sconosciute alla stessa comunità medica e scientifica. Sono malati "invisibili", costretti a continui esami, visite, ricoveri in ospedale spesso fuori Regione, alla ricerca di una diagnosi e di possibili cure. Per loro, ai tempi di Covid-19, la situazione è ancora più difficile. Spiega Deborah Capanna, 46 anni, fondatrice e presidente del Comitato “I malati invisibili”: «Il percorso di un malato orfano di diagnosi è devastante, vaghiamo tra specialisti, ambulatori, centri ospedalieri per trovare un nome alla malattia, e quindi avere una cura o quantomeno trattamenti che rallentino il decorso della patologia e ci permettano di avere una qualità di vita accettabile. Ora, con la pandemia, i problemi si sono amplificati: molti di noi hanno dovuto rinunciare a visite, esami e altri trattamenti disponibili solo nei centri specializzati in altre Regioni, a causa delle restrizioni di viaggio o perché gli ospedali hanno annullato le prestazioni non correlate a Covid-19. L’attesa, però, può comportare un peggioramento di malattie che sono croniche ma necessitano di assistenza. Non possiamo attendere oltre».

Assistenza sospesa

Durante l’emergenza da coronavirus sono state sospese tutte le attività ambulatoriali, chirurgiche, riabilitative "non urgenti", comprese le prestazioni già prenotate o da prenotare presso le strutture sanitarie di riferimento per le malattie rare e i pochissimi centri in Italia che si occupano delle patologie rare "senza diagnosi". «Siamo in standby, come se le nostre patologie si potessero mettere in quarantena — sottolinea Capanna —. Io stessa non conosco il nome della mia malattia ma finalmente a fine gennaio, dopo anni di sofferenze, diagnosi sbagliate e terapie errate, l’hanno inquadrata nel gruppo delle collagenopatie ereditarie, presso il centro di riferimento per queste malattie rare dell’Ospedale Sacco di Milano. Ho la mutazione di un gene che hanno pochissime persone al mondo: avrei dovuto approfondire l’aspetto genetico ma poi con Covid si è fermato tutto — continua Capanna —. Anche se non c’è una cura per le collagenopatie congenite, esistono delle strategie per rallentare il decorso della malattia e preservare gli organi. Mi avevano consigliato di iniziare a Genova, dove vivo, una fisioterapia mirata poiché soffro di visceroptosi, una conseguenza rara della malattia rara, ma al momento non è possibile».

L’appello

Oltre alla preoccupazione per il rinvio delle cure, i malati rari senza diagnosi temono di andare incontro a un decorso clinico più grave, rispetto al resto della popolazione, se si ammalano di Covid 19. «Per noi non c’è alcun tipo di tutela — dice la presidente del Comitato “I malati invisibili” —. Per esempio, in Liguria è stata predisposta una scheda utilissima per chi ha una malattia rara diagnosticata, in cui si indica il nome della patologia, i problemi che comporta, le terapie che il paziente sta facendo, i suggerimenti dello specialista di riferimento che può essere contattato dall’ospedale nel caso il malato raro vada al Pronto soccorso per il coronavirus. Per i malati senza diagnosi, invece, non è possibile compilare questa scheda poiché non sanno nemmeno qual è il nome della patologia. Per la fase 2 abbiamo ancor più bisogno della solidarietà e del buon senso delle persone — conclude Capanna —. La nostra speranza è che rispettino le regole di sicurezza per aiutare anche noi ad avere quel minimo di assistenza sanitaria che in questo momento ci viene negata».


di Maria Giovanna Faiella

31 maggio 2020

FONTE: Corriere della Sera

lunedì 8 giugno 2020

Fibromialgia: “Ho 41 anni e vivo in un corpo da anziano”


E' sempre stanco e fa sempre male. Patrick Schutz di Neuchatel ha la fibromialgia, una condizione invisibile che non è riconosciuta dall'assicurazione per l'invalidità.

Dolore, dolore, nient'altro che dolore: Patrick Schutz, 41 anni, di Neuchatel ha sempre la sensazione di avere l'influenza, senza la febbre, ma con un enorme affaticamento come se avesse il corpo di piombo. Vorrebbe stare a letto tutto il giorno e trascorrere il tempo lì. “Ogni parte del mio corpo fa male, fortunatamente non tutto allo stesso tempo”, ha detto alla rivista "L'illustre".

Patrick Schutz e la suo compagna hanno una figlia di te anni, Naya. Anche se gioca solo con lei per 20 minuti, l'energia viene meno per l'intera giornata. “Quando ho dormito, e poi mi sveglio, sono stanco come se non avessi mai dormito”. Ha perso molti amici che pensano che finga. Di notte non può uscire con loro come prima, ma va a letto alla sera per poter recuperare.

La diagnosi della sua sofferenza è stata fatta un anno fa e ha rivelato che si tratta di fibromialgia. Si stima che 400mila persone in Svizzera ce l'abbiano.

Il problema: la fibromialgia non è riconosciuta dall'assicurazione per l'invalidità (IV). Non ci sono prove scientifiche: non ci sono prove della sua esistenza trovate nel sangue e ai raggi X. Centinaia di sintomi caratterizzano la fibromialgia: viene determinata dall'esclusione di altre malattie e mediante un test che evidenzia i punti dolenti del corpo. Se 11 o più su 18 punti deboli del corpo evidenziano un aumento del dolore, c'è il sospetto che sia fibromialgia. La causa della malattia non è chiara e può essere limitata solo da certe misure mediche.

Per proteggersi Patrick deve prendere molti farmaci: analsegici, antidepressivi, vitamine, protettori dello stomaco e gocce per gli occhi sensibili e secchi. “E' una sofferenza invisibile”, dice Schutz. Egli desidera che più persone possibili sappiano di lui, ha creato una pagina Facebook, in modo che la fibromialgia raggiunga la coscienza delle persone.

Patrick è disoccupato da due anni; se l'IV riconoscesse almeno parzialmente la sua sofferenza, sarebbe già stato aiutato. Quindi si aspetta un sostegno finanziario a causa della sua depressione e della stanchezza cronica. La sua più grande speranza è un iniziativa popolare che è appena stata lanciata e richiede il riconoscimento della fibromialgia come malattia.

Patrick gioca con sua figlia Naya, ma dopo 20 minuti la sua energia è finita. Poi si sdraia su un tappeto per alleviare il dolore.
Anche il rapporto di Patrick con la moglie Sylvie è diventato difficile. Va a dormire presto e la figlia Naya è sorpresa che vada a dormire contemporaneamente a lei. Patrick Schutz non sa per quanto tempo potrà sopportare questa condizione: “ho solo 41 anni e vivo nel corpo di un vecchio!”.

Patrick sospetta che anche le esperienze traumatiche vissute nel passato possano avere il loro peso. All'età di 17 anni era presente quando suo padre colpì un uomo con una pietra davanti ai suoi occhi. Patrick non ha contatti con lui. Anche la nascita di sua figlia non è stata buona: lei e sua madre hanno rischiato di morire.
Patrick: “Questi eventi mi hanno scosso profondamente”. A Patrick piace stare con la moglie e con la figlia, passare del tempo con loro.... ma la sua sofferenza e le scarse possibilità economiche non gli consentono di realizzare quanto desidererebbe.


6 settembre 2018

FONTE: Fibromialgia 247

giovedì 30 aprile 2020

In aumento le malattie del Ventunesimo secolo


Sindrome immuno-neurotossica o da sensibilità chimica multipla, elettrosensibilità: allarme anche dal policlinico

Sono le nuove malattie del 21esimo secolo. La diagnosi è oltremodo difficile per non parlare delle cause e delle terapie. Forse, sono il portato dei tempi moderni e dell'innovazione tenologica. Termini come “sindrome immuno-neurotossica” oppure “elettrosensibilità” cominciano a devastare la vita di intere famiglie riducendole sul lastrico anche sul piano economico, visti i costi da sopportare. Raffaella Gallo, 74 anni, è una docente universitaria presso la facoltà di Agraria, oggi in pensione. I problemi hanno inizio tanti anni fa. «Mi raffreddavo facilmente. Tre polmoniti in un anno e mezzo non sono uno scherzo». Nel 2011 la situazione peggiora. La signora è costantemente sotto l'effetto di cortisone e antistaminici ed antibiotici. Ad un certo punto ha uno shock anafilattico nel 2012. Un giorno scopre di subire violenti episodi di tosse appena fa ingresso nella sua facoltà. Si pensa a qualche sostanza chimica in uso nei laboratori. Ha vere e proprie crisi asmatiche. All'ospedale Sant'Andrea di Roma la diagnosi: l'ambiente ha modificato il corredo genetico della docente, sindrome immuno-neurotossica. «Sono diventata sorda sopratutto ai toni bassi per effetto di una neuropatia. Cado sul pavimento, non perdo la coscienza ma improvvisamente mi schianto al suolo».
Le spese per le cure sono notevoli e per avere diritto all'esenzione dovrebbe avere un reddito basso. «Ho dilapidato in cure la mia liquidazione, quella di mia sorella. Una sola flebo per un trattamento costa 150 euro. Mi dissero di farmi curare a Dallas ed il preventivo era di 45mila dollari al mese per circa 3 mesi di ricovero. Io non ce la faccio a curarmi perchè per lo Stato e la Regione ho un reddito elevato». L'appello: «Chiedo alla Regione di aiutarmi a sostenere le spese eccessive perchè ormai sono indebitata. E' necessario che la Regione finanzi borse di studio per i medici strutturati a Dallas, primo centro mondiale».
Maria Luigia Piancone ha suo marito malato di “elettrosensibilità”. Deve stare lontano dai campi elettromagnetici, telefonini e computer. Il marito è titolare di un'azienda artigiana. Fa largo uso di strumenti elettronici. Tutto ha inizio con mal d'orecchio con il suo eccessivo riscaldamento. Ha male ai muscoli, stanchezza. «La nostra casa era circondata da antenne della telefonia mobile. Ci siamo trasferiti in campagna nel 2015 in una valle che protegge da onde elettromagnetiche. La nostra casa è schermata con pareti in alluminio, vetri particolari. Oggi spendiamo un mucchio di soldi in farmaci integratori e non possiamo inserirli nella dichiarazione dei redditi».
Onofrio Resta, direttore delle cliniche pneumologiche del Policlinico: «La sindrome da sensibilità chimica multipla viene studiata negli USA dal 1960 ed il boom risale alla prima guerra del Golfo. Periodo in cui furono colpiti molti soldati americani». Analizza: «E' una condizione irreversibile e progressiva che esordisce con asma respiratoria con sintomi altamente invalidanti che spesso sono ridotti a disturbi psichiatrici o psicologici». Conclude: «Da 3 anni è in discussione in Senato un disegno di legge che mira al riconoscimento di queste patologie con la fibromialgia e l'encefalomielite mialgica che spesso si associano».


Di Valentino Scaramella

Ottobre 2018

FONTE: Bari città

venerdì 17 aprile 2020

Vivere l'autismo nel dramma del coronavirus: la storia di un papà


Enrico, padre del 23enne Tommaso, spiega cosa si può fare per vincere la solitudine di tantissimi ragazzi molto speciali e delle loro famiglie

Tra i sessanta milioni di italiani costretti in casa per fronteggiare l'emergenza sanitaria del coronavirus ci sono anche loro, le famiglie che hanno figli con autismo.

Un link con le aziende

Una fetta significativa della popolazione, se si considera che ogni anno nel nostro paese un bambino su 77 nasce con la diagnosi di questo disturbo che compromette comportamento, comunicazione e relazioni, come è stato ricordato in occasione della giornata mondiale celebrata il 2 aprile scorso. Famiglie messe duramente alla prova dall'isolamento e dallo stravolgimento di un equlibrio per loro già fragile. Lo testimonia Enrico Maria Fantaguzzi, papà di Tommaso, ventitrenne autistico. Riminese, 57 anni, Enrico è il fondatore di LinkAut, startup che si occupa di realizzare un collegamento, un link appunto, tra il mondo dell'autismo e quello delle aziende. Del turismo e dei servizi. Da sempre in prima linea sul terreno di iniziative che promuovano l'inclusione di questi ragazzi speciali e contrastino la solitudine delle loro famiglie. «Stiamo vivendo un momento molto difficile. Solo qui in Emilia Romagna sono diverse migliaia i minori affetti dalla sindrome autistica. Per questi ragazzi e per i loro genitori l'interruzione delle attività quotidiane sta creando parecchi problemi e in molti casi un notevole peggioramento della condizione. Immaginiamoci cosa significhi per una mamma convincere il suo bambino a rinunciare all'uscita per la passeggiata. Oppure gestire la crisi di un figlio adolescente incapace di stare tra le mura di casa, con reazioni che possono anche sfociare nell'autolesionismo o nella violenza verso i parenti. Senza contare», fa notare Fantaguzzi, «il vuoto che viene a crearsi con la rete dei servizi, a cominciare dalla scuola. I nostri figli non vengono inseriti nelle attività di didattica online e così perdono completamente i riferimenti con i compagni e gli insegnanti. Situazione che aumenta ulteriormente l'angoscia e l'impotenza di mamme e papà». Davanti a una situazione che si fa sempre più critica e prolungata nel tempo Enrico ha voluto lanciare la sua proposta di sostegno e condivisione. «Una web tv attiva 12 ore al giorno, una videoconferenza continua per chi vuole fare due chiacchiere e provare a trovare soluzioni ai problemi complessi di questa pandemia. Ci stiamo per esempio confrontando sulla necessità di sottoporre al tampone per Covid-19 tutte le persone con autismo e le loro famiglie. Il ricovero in un reparto di terapia intensiva di un soggetto autistico può creare alla struttura sanitaria uno stress dieci volte maggiore rispetto a quello portato da un paziente normodotato. Ed è altrettanto grave allontanare questo soggetto da genitori che vengono eventualmente ricoverati». Ma la video conferenza è anche uno spazio per tenersi semplicemente compagnia, ascoltare musica, suggerirsi ricette di cucina. «Aspettiamo giovani e genitori, ma anche terapisti e insegnanti di sostegno: un momento così difficile può diventare l'occasione per prepararsi insieme allo scenario che verrà dopo l'emergenza. La nostra web tv è aperta a tutti», assicura il papà di Rimini, che invita tutti: «Noi siamo in diretta al solito link: Https://zoom/us/j/3281157534. Raggiungeteci!»

Nuove abitudini, nuove relazioni

L'importanza di affrontare questo momento complicato dando vita a diverse abitudini e a nuove forme di relazione viene confermata da Laura Villa, neuropsichiatra presso l'istituto La Nostra Famiglia di Bosisio Parini (LC). «Un obiettivo difficile però, sopratutto per queste famiglie che si trovano a dover gestire da sole le fragilità dei loro figli. Sono saltate tutte le linee guida per l'assistenza, i protocolli sanitari. E inevitabilmente per questi giovani con autismo sono tornati tutti i problemi sui quali lavoriamo quotidianamente: disturbi del sonno e alimentari, stereotipie, stress. Anche per noi medici è difficile lavorare in queste condizioni», confida la dottoressa che ogni giorno, con collegamenti video, continua a seguire i suoi piccoli pazienti, bambini di età prescolare e della scuola primaria, controllando comportamenti e bisogni. «E' difficile intervenire senza il contatto fisico e va precisato poi che non tutti i nuclei familiari sono attrezzati tecnologicamente. Al momento, però, grazie a questi collegamenti quotidiani manteniamo un filo sottile che dà fiducia e conforto ai genitori. Non sappiamo con certezza quali risultati avremo da questa gestione imprevista di lavorare e vivere. Dopo l'emergenza verrà sicuramente un domani su cui costruire, ma per ora si naviga a vista».


Di Paola Molteni

Aprile 2020

FONTE: Vero

venerdì 13 marzo 2020

«Il mio film sugli elettrosensibili: è tutto vero»


Il regista forlivese Alessandro Quadretti verso una nuova opera: «C'è chi può ammalarsi di Wi-fi. Così racconto la loro vita»

L'ATTRICE «La protagonista soffre del disturbo in prima persona: per lei un set speciale»

Cosa succederebbe se un giorno ci si accorgesse di non poter più usare il cellulare o di non poter resistere in una stanza dove sia attiva una connessione wi-fi? Non è fantascienza, ma una realtà per il 5% della popolazione italiana (percentuale che in altre nazioni supera il 10%). Si tratta delle persone elettrosensibili, le quali non tollerano i campi elettromagnetici. Il regista forlivese Alessandro Quadretti ne aveva parlato in “Sensibile”, il suo documentario del 2017, e ora torna ad affrontare l'argomento. Questa volta si tratta di un corto di fiction, “Elettra”, per il quale si aprirà presto un crowdfunding online.

Quadretti cosa l'ha spinta a tornare sul tema dell'elettrosensibilità?

«Qualche mese fa ho letto la storia di una giovane attrice a cui era stata da poco diagnosticato il problema. Mi è sembrata un'occasione da cogliere».

Sarà lei la protagonista del suo nuovo corto?

«Sì. Si chiama Lisa Granuzza di Vita. Quando le ho fatto la proposta è stata entusiasta».

Di cosa parlerà “Elettra”?

«Sarà la storia di una donna che scopre di essere elettrosensibile e la sua vita cambia di colpo».

Quando partiranno le riprese?

«Spero in primavera. Molto dipende dall'esito della raccolta fondi che lanceremo presto: abbiamo bisogno di un sostegno per garantire un piccolo compenso a tutte le persone che collaborano al progetto e per trovare un distributore. L'argomento merita di avere il giusto spazio anche perché riguarda davvero tutti».

Quindi non solo gli elettrosensibili?

«Siamo sempre più connessi e ora si stanno aprendo le porte anche al 5G nonostante tanti studi ne dimostrino la pericolosità. Spesso si fa fatica ad accettare che qualcosa che non possiamo percepire possa danneggiarci, eppure è così e gli elettrosensibili ne sono una prova».

Come si scopre di essere elettrosensibili?

«I sintomi sono emicranie, difficoltà a dormire, ma anche tachicardia, problemi cardiovascolari e addirittura il diabete».

Come vive un elettrosensibile?

«Chi ne soffre in forma severa passa attraverso un dramma che investe ogni settore della vita. C'è chi è costretto all'isolamento. Ci sono ragazzi che non possono andare a scuola, autisti di autobus che non possono più lavorare perché ciascuno dei passeggeri ha un telefonino in mano... Alcuni perdono tutto».

Per l'attrice la vita sul set potrebbe essere dannosa?

«Lisa soffre di una forma non grave. A collaborare con me, oltre all'Associazione Italiana Elettrosensibili e a Officinemedia, ci sarà la stessa troupe con la quale lavorai per girare “Sensibile”, quindi tutte persone che conoscono l'argomento. L'idea è di lavorare nel rispetto dell'elettrosensibilità dell'attrice trasformando le scelte che faremo in una cifra stilistica».

Cosa intendete?

«Ad esempio cercheremo di lavorare con le luci spente, perciò dovremo sfruttare al meglio la luce naturale. Sul set ridurremo al minimo le attrezzature. La stessa scelta di avere un'attrice elettrosensibile mi sembra anche di stile: un po' come strizzare l'occhio al cinema neorealista. Vorrei che fosse un messaggio forte per tutti e penso che questa sia la strada giusta».

di Sofia Nardi


IL LAVORO

Il regista Alessandro Quadretti ha lavorato in particolare come documentarista. Tra le sue opere troviamo “L'ultima spiaggia”, sulla tragedia dell'esodo giuliano-dalmata, poi ancora “La strage dell'Italicus” e il film “Espero” nel quale recitò l'ex terrorista Mario Toti. Tra i lavori più recenti c'è “I babelici”, un documentario “sugli artisti irregolari”. Nel 2017 è uscito “Sensibile”: qui Quadretti intervista diverse persone che soffrono di elettrosensibilità e ne scontano le conseguenze sulle loro vite. In “Elettra” affronta lo stesso tema, questa volta attraverso la fiction.


10 marzo 2020

FONTE: Il Resto del Carlino