mercoledì 13 aprile 2011

Fukushima, un mese dopo il disastro

A un mese dal disastro di Fukushima il quadro dell’incidente nucleare ricorda vividamente la situazione post Cernobyl in Ucraina. A distanza di 25 anni, a distanza di migliaia di chilometri e in due contesti culturalmente e tecnologicamente quanto mai diversi, la situazione sanitaria e ambientale sembra essere proprio la stessa, come pure le modalità di intervento.

L’allarme e l’evacuazione della popolazione.

A Chernobyl dopo l'incidente il governo ucraino fece evacuare un'area di 30 km intorno al reattore, mentre i danni ingenti si sono registrati in un perimetro assai maggiore che si è esteso in gran parte dell'Europa e in realtà, i 30 km di perimetro rappresentavano solamente un ottavo dell'area totale affetta da contaminazioni.

La popolazione dell'ex Unione sovietica non è stata adeguatamente informata dei forti rischi legati alla contaminazione radioattiva e per questo motivo molti cittadini ignari del pericolo atomico stanno pagando con la propria salute gli effetti della radioattività. Tutto questo, naturalmente, perché si è voluto tenere all’oscuro la popolazione per paura di dover gestire una situazione senza via d’uscita.

In Giappone, nonostante la tecnologia d’avanguardia e l’alto livello d'informazione del paese, troviamo stesse situazioni e stesse procedure. Il governo ha allertato solo la popolazione residente fino a 30 km dalla centrale, mentre le radiazioni sono arrivate fino a Tokyo (la capitale che conta oltre 13 milioni d'abitanti e che dista circa 240 km), contaminando in parte acqua e cibo. Anche a Fukushima la gestione del disastro è stata segnata da reticenze e disinformazioni, con una responsabilità diretta sia del Governo che della Tepco: la compagnia giapponese che controlla la centrale nucleare di Fukushima e che non solo non ha fornito informazioni chiare e dettagliate, ma ha anche cercato di minimizzare le conseguenze dell'incidente nei primi giorni, contraddicendosi poi più volte fino a esprimere in modo chiaro, nelle ultime settimane, la sua incapacità di controllo negli interventi.

“È semplicemente agghiacciante ripercorrere le tappe e gli eventi che si sono succeduti 25 anni fa con l'esplosione nella centrale di Chernobyl attraverso ciò che è successo nella centrale di Fukushima solo un mese fa – dichiara il presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza -. Ci sono moltissime similitudini che ci fanno capire quanto sia tecnicamente e scientificamente insufficiente, ancora oggi, la capacità d'intervento in caso d'incidente nucleare. La situazione attuale di Cernobyl e gli eventi che sono succeduti in quei territori fino ad ora ci fanno guardare all'incidente giapponese con timore e rassegnazione. Le previsioni sul futuro di Fukushima sono parecchio desolanti: a distanza di un quarto di secolo e in un contesto totalmente differente - dal punto di vista politico, sociale, culturale e soprattutto tecnologico – si ripete la stessa storia: il territorio gravemente contaminato, una dieta zeppa di radionuclidi, l’abbandono totale della ricerca e degli aiuti per le popolazioni vittime del disastro, una crescita esponenziale delle patologie legate alla contaminazione, che aumenteranno sempre più col passare dei decenni”.

La contaminazione.

Il disastro provocato dall'esplosione del reattore di Chernobyl non ha causato solamente morte e distruzione in maniera diretta, nell'immediato, ma ha fatto danni anche e soprattutto a distanza di 25 anni. Sono ancora più di 7 milioni le persone esposte al rischio della contaminazione e costrette a mangiare cibo radioattivo e a bere acqua radioattiva, con un significativo abbassamento delle difese immunitarie e conseguente moltiplicazione di numerose patologie, prime tra tutte quelle legate ai tumori tiroidei. Il pericolo maggiore arriva dal cibo prodotto in loco, nel quale si registrano alte quantità di Cesio 137 e le vittime principali di questa tragedia sono i bambini, condannati, secondo le previsioni della letteratura medica, ai picchi esponenziali delle patologie che saliranno fortemente nei prossimi decenni. Anche a Fukushima c'è stata una contaminazione molto significativa delle derrate alimentari, che ha provocato un allarme diffuso in assenza di informazioni dettagliate e sicure fornite alla popolazione coinvolta. E' evidente, ad oggi, l'incapacità di un controllo preciso e accurato da parte delle autorità governative sia della contaminazione delle derrate alimentari e della falda acquifera, che per quella, assai significativa, dell'ecosistema marino.

Gli incidenti e le soluzioni messe in campo.

Nel reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, del tipo Rbmk, divampò un incendio che provocò il cedimento del tetto superiore costituito da ben 2.700 tonnellate di cemento armato. Il reattore si trasformò in un violento vulcano in esplosione per l'effetto camino creato dalla spaccatura del tetto afflosciato su se stesso che scoperchiò il nocciolo in attività.

Nel disastro di Fukushima la gravità dell'incidente rasenta quella di Chernobyl (livello 7) con conseguenze che ancora oggi non si riescono a prevedere, in una situazione che è in continua evoluzione. Oggi come allora, in Giappone come in Ucraina, si pensa di chiudere l'erogazione di energia per la centrale senza prevedere soluzioni per il contenimento dell'emergenza radioattiva se non con la realizzazione di un sarcofago in cemento armato. Soluzione che in Ucraina doveva essere solo temporanea e che oggi invece rappresenta un triste monumento, altamente a rischio per le crepe causate dal tempo, all’impossibilità di risolvere il disastro nucleare.

Anche a Fukushima come per Chernobyl sono stati utilizzati tecnici e persone di “buona volontà” (i cosiddetti liquidatori) per cercare di arrestare i processi attivati all'interno del reattore, con conseguenze gravissime (diciamo pure letali) per la salute delle persone che sono state direttamente coinvolte. Oggi come allora si è cercato di utilizzare mezzi di fortuna, come elicotteri o cannoni spara acqua, per arginare un incidente di altissima gravità al quale non si è in grado di dare risposte se non in modo precario e artigianale. Anche in questo caso, in prima linea i pompieri e i più affidabili tecnici della centrale che con turni brevi di lavoro si cerca di salvaguardare dalla fortissima contaminazione radioattiva.

“La tragedia di Fukushima - ha concluso Cogliati Dezza – ha costretto i governi dell’Occidente a rivedere i piani energetici, a frenare l’aumento delle centrali nucleari e a cercare, anzi, altre vie per produrre energia. Da questo punto di vista, molti Paesi dovranno affrontare disagi e spese straordinarie per dismettere gli impianti, smaltire le scorie, convertire gli occupati. L’Italia invece, grazie al referendum vinto nel 1987, potrà giocare un ruolo d’avanguardia e far valere positivamente il suo vantaggio tecnologico e occupazionale a tutto vantaggio delle fonti rinnovabili. Il voto referendario del 12 e 13 giugno sarà l’occasione per confermare questo vantaggio”.

FONTE: legambiente.eu
http://www.legambiente.eu/dettaglio.php?tipologia_id=3&contenuti_id=2585


Fukushima e Chernobyl.... sono passati 25 anni, ma questi 2 disastri epocali hanno delle similitudini davvero inquietanti che ci devono far pensare.....
Non voglio spendere tante parole in quanto l'articolo in questione si commenta, ahinoi, da solo.... e Dio solo sa quali e quante saranno le conseguenze di questo disastro a lungo termine. Solo una cosa vorrei dire... il 12 e 13 giugno dovremo votare se vogliamo o meno il nucleare in Italia.... credo che, alla luce di questi recenti tragici avvenimenti, non dovrebbe essere difficile scegliere sensatamente. E non pensiamo che in Italia una cosa del genere non potrebbe avvenire... non ci sono solo i terremoti a provocare dei disastri come questo! Andiamo quindi a votare e votiamo con buon senso.... ognuno di noi può decidere per il bene o per il male della nostra società.

Marco

martedì 12 aprile 2011

San Giuseppe Moscati


Ci sono ricette con la sua firma su cui ha scritto: “Cura: Eucarestia”. A un malato che è poi guarito, aveva infatti diagnosticato che la sua sofferenza fisica era dovuta solo all'allontanamento da Dio. Ma quando le suore dell'ospedale degli Incurabili di Napoli gli chiedevano perché continuasse a fare il medico anziché il sacerdote, lui che ogni mattina andava a Messa e si comunicava, che ogni sera recitava il Rosario, che aveva fatto voto di castità, che diceva di vedere in ogni malato “il libro della natura creato da Dio”, rispondeva sicuro che “si può servire Dio anche lavorando”.
Questo medico napoletano che sembrava rubare il ruolo e il mestiere del sacerdote era in realtà un laico irriducibile che si comportava, quasi un secolo fa, come né allora né oggi usano fare i cappellani di ospedali quando assistono un malato. Questo medico si chiamava Giuseppe Moscati. Papa Giovanni Paolo II che lo canonizzò il 25 ottobre 1987 definì la sua figura “un attuazione concreta dell'ideale del cristiano laico”.

Cenni biografici

E' nato il 25 luglio 1880 a Benevento, settimo di nove figli da famiglia profondamente cristiana e fu battezzato il 31 Luglio 1880. Fin da bambino si distingue per la sua attitudine nello studio che lo fa essere sempre il primo della classe e all'eta di soli 17 anni consegue la licenza ginnasiale e liceale. Pochi mesi dopo comincia gli studi universitari presso la facoltà di medicina dell'Ateneo partenopeo.
Il 4 Agosto 1903, Giuseppe Moscati consegue la laurea in medicina con una tesi sulla urogenesi epatica con il massimo dei voti più la lode e la dignità di stampa e a distanza di pochi mesi prende parte al concorso pubblico indetto per assistente ordinario negli Ospedali Riuniti di Napoli e quasi contemporaneamente sostiene un altro concorso per coadiutore straordinario negli stessi ospedali. Nel primo dei concorsi riesce secondo, nell'altro riesce primo assoluto, e ciò in modo così trionfale che, come si legge in un giudizio qualificato, “fece sbalordire esaminatori e compagni”. Nel 1904 Moscati inizia a prestare servizio di coadiutore all'ospedale degli Incurabili a Napoli, mentre sette anni più tardi, nel 1911, si presenta al concorso per aiuto negli Ospedali Riuniti. I posti disponibili sono soltanto 6 a fronte delle decine di concorrenti, molti dei quali carichi di raccomandazioni e di sostegni della casta medica e massonica. Giuseppe Moscati è scandalizzato dallo “sleale e vigliacco piano di concorrenza ordito da alcuni” giungendo al punto di promettere di “presentare carta bianca, purché gli esami siano sinceri”. Vincerà il concorso perché è il più preparato, ma lo farà vincere anche a un collega altrettanto bravo, intervenendo ad alta voce durante il suo esame per denunciare l'accanimento dei commissari teso a cogliere in fallo quel malcapitato, che aveva il solo difetto di non essere raccomandato. Ormai nessuno lo può più fermare..... si succedono le nomine a coadiutore ordinario negli Ospedali Riuniti, e poi, in seguito al concorso per medico ordinario da lui vinto, diventa direttore di sala, cioè primario, nel 1919, trasformando l'ospedale in un gioiello di efficienza. Nel 1922 diventa libero docente in Clinica medica.
Ricercatissimo nell'ambiente partenopeo da quando è giovanissimo, il professor Moscati conquista ben presto una fama di portata nazionale ed internazionali per le sue ricerche originali, i risultati dei quali lo pongono in un posto d'onore fra i medici ricercatori della prima metà del secolo. Sarà il primo medico italiano a sperimentare l'insulina per i diabetici (la madre è morta di questo male), il primo a fare ricerche sulle malattie endocrine e sulle malattie contratte sul posto di lavoro.

Illuminazione diagnostica, Fede e Carità

I giovani medici, gli infermieri, le suore, seguono il professor Moscati tra le corsie d'ospedale come in una processione. Standogli vicino si poteva scoprire la sua “illuminazione diagnostica”, un Dono Divino che gli permetteva di individuare una malattia anche ad un semplice sguardo. Ai suoi tempi mancava mancava l'apparato diagnostico della medicina moderna e l'intuito del medico, affinato dagli studi e dalla pratica quotidiana, era un elemento indispensabile. Il suo era straordinario, spesso lasciava meravigliati tutti, sia quando riusciva a salvare una persona, sia negli esiti infausti, quando l'autopsia rivelava che aveva avuto ragione. Il grande luminare, il prof. Cardarelli, che lo aveva avuto come allievo, lo scelse come proprio medico curante e spesse volte si consigliava con lui dicendo: “Peppino, come mai imbrocchi sempre ogni diagnosi... è nell'umano sbagliare!”. Giuseppe Moscati allora rispondeva: “Io non visito mai un ammalato affidandomi solo alla scienza medica, ma chiedo al paziente anche la sua collaborazione attraverso la preghiera ed i Sacramenti”. Per Moscati non c'è distinguo, ma intrecci solidissimi tra fede e scienza, cura del corpo e cura dell'anima, evangelizzazione e professione umana. Lui lo definiva, con simpatico umorismo napoletano, “un mastodontico groviglio di guai in cui mi trovo da mille parti ingrovigliato”.
Per lui la Fede è la sorgente di tutta la vita, l'accettazione incondizionata, calda ed entusiasta di Dio e dei nostri rapporti con Lui. Moscati vede nei suoi pazienti il Cristo sofferente, lo ama e lo serve in essi a costo di qualunque sacrificio. Egli non si pone mai davanti al semplice corpo di un malato, ma al malato nella sua pienezza di vocazione umana e cristiana. Partendo dalla necessità di un corpo malato e bisognoso di cure, ha di mira il bene integrale del paziente e, quando è necessario, gli indica i mezzi per recuperare la salute non solo del corpo, ma anche dell'anima. Alla visione personale del malato infatti si aggiunge in Moscati quella soprannaturale dello stesso che indicava come vera causa di tante malattie. Per questo con molta naturalezza indicava come terapia per guarire il corpo rimedi anche spirituali, come liberarsi dal peccato con una buona Confessione, una vita retta lontana dai vizi e nutrita dalla SS. Eucarestia.
Lo slancio di amore generoso che aveva verso i malati lo spingeva a prodigarsi senza sosta per chi soffre, a non attendere che i malati andassero da lui, ma a cercarli nei quartieri più poveri ed abbandonati della città, a curarli gratuitamente, anzi, a soccorrerli con i propri guadagni. E tutti, ma in modo speciale coloro che vivono nella miseria, intuiscono ammirati la forza Divina che anima il loro benefattore. Così Moscati diventa l'apostolo di Gesù: senza mai predicare annuncia, con la sua carità e il modo in cui vive la sua professione di medico, il Divin Pastore, e conduce a Lui gli uomini oppressi e assetati di Verità e bontà.
La sua giornata è così scandita: mattino presto all'alba la S. Messa (cui non avrebbe rinunciato per nulla al mondo) poi mattina e pomeriggio in ospedale, la sera (e molto spesso anche la notte) visite private agli ammalati, la notte dedicata allo studio e alla preghiera.
Con il progredire degli anni il fuoco dell'amore sembra divorare Giuseppe Moscati. L'attività esterna cresce costantemente, ma si prolungano pure le sue ore di preghiera e si interiorizzano progressivamente i suoi incontri con Gesù Sacramentato.

La morte

la sua intensa vita di Fede e il suo prodigarsi incessantemente per i malati che egli amava veramente “come se stesso” e come “suo corpo” e che non cessava di curare nemmeno quando la salute non glielo permetteva, portò Moscati a una lenta ma progressiva consumazione di sé stesso fino alla morte avvenuta a soli 47 anni. Il professor Moscati passò da questo mondo al Padre “in punta di piedi”, in modo rapido e soave il 12 Aprile 1927, martedì Santo. Dopo aver assistito alla Messa e visitato i malati in ospedale egli torna a casa, consuma un pasto frugale, riceve la visita di un paziente, l'accompagna all'ascensore, rientra in casa, si siede sulla sua poltrona, incrocia le braccia sul petto e si spegne serenamente.
Per tutti è morto il “medico Santo”. La fama della sua Santità era così radicata che il suo confessore, dopo la sua morte, chiama i suoi famigliari chiedendo loro di conservare i suoi abiti e i suoi oggetti, sicuro che Dio se ne sarebbe servito per trasformarli in reliquie.
E' impressionante leggere ciò che scrisse il giornale di Napoli, Il Mattino, di ciò che avvenne alla morte di Moscati: “Intorno alla salma di Giuseppe Moscati si è raccolta reverente tutta la cittadinanza, rappresentata in ogni sua classe, dalla più umile alla più eletta. Poche volte Napoli ha assistito a uno spettacolo così imponente nella sua infinita tristezza e che sta a testimoniare quanto affetto, quanta stima ed ammirazione avesse raccolto l'uomo che seppe fare della sua professione un nobilissimo apostolato, che seppe prodigare col benefico soccorso della sua dottrina, la sua bontà impareggiabile alle creature sofferenti, che seppe dimostrare come possano mirabilmente conciliarsi in un animo nobile, la religione e la scienza”. Ma la testimonianza forse più bella avvenuta durante il suo funerale fu quella fatta da un anziano che scrisse: “Noi lo piangiamo perché il mondo ha perduto un Santo, Napoli un esemplare di ogni virtù, e i malati poveri hanno perso tutto”.



Oggi, 12 aprile, è la giornata in cui si festeggia questa figura di Santo a cui sono molto devoto. San Giuseppe Moscati è per tutti il "Medico Santo" e ho pensato di scrivere questo post su di lui, perchè in un blog che si occupa di salute e di malati, questa è la figura di Santo che più di ogni altra si addice a un blog come questo.
Per me San Giuseppe Moscati costituisce la figura di medico "ideale", medico del corpo e dell'anima, medico che faceva della propria professione una missione e una vocazione senza ricercare nessun tornaconto personale ma solo ed esclusivamente per il bene dei malati e per la Gloria di Dio. Io credo che tutte le persone che decidono di intraprendere l'"altissima" professione di medico si dovrebbero ispirare a lui, a prescindere dal fatto che si abbia la fede oppure no. Interpretare il proprio ruolo di medico come una missione e non come un semplice lavoro da svolgere per percepire uno stipendio, cercare solo ed esclusivamente il bene del malato, essere disinteressati ai soldi e alla gloria personale.... questi sono i capisaldi che ciascun medico dovrebbe possedere, uniti naturalmente alla competenza, all'umiltà (che bella dote questa... e così rara) e all'apertura mentale. Se tanti di noi hanno avuto sovente delle esperienze negative con medici e specialisti, è proprio perchè spesso essi si discostano troppo da questi valori, indispensabili nella propria importantissima (e difficile) professione.
Vorrei tanto che la figura di San Giuseppe Moscati venisse studiata attentamente nelle università da coloro che si preparano a diventare medici, perchè credo che un tale esempio (la sua vita è ricolma di episodi e aneddoti estremamente edificanti) segnerebbe la crescita personale e morale di coloro che si preparano a divenire i "tutori" della salute altrui.

Caro S. Giuseppe Moscati illumina con il tuo esempio i dottori di oggi e di domani e disponi che essi ti abbiano come modello e possano seguire le tue orme.... per il bene di tutti!

Marco

venerdì 8 aprile 2011

Vive in una tenda sul piave: è allergico a tutte le sostanze chimiche

Un 56enne affetto da malattia rara, la MCS, non può essere neppure ricoverato. Intanto alcuni bulli lo hanno preso di mira

TREVISO - Vive in una tenda piantata vicino all'argine del Piave. Non per escursionismo o per diletto ma perchè Daniele Agnoletto, 56 anni, è affetto da una malattia rarissima, la sindrome da "Sensibilità Chimica Multipla", in breve MCS (non ancora riconosciuta dal Servizio sanitario nazionale). Una patologia che equivale a una condanna: chi ne è affetto non può entrare in contatto con detersivi, vernici, polveri chimiche (ad esempio i toner delle stampanti), medicinali, profumi, spray e l'elenco continua all'infinito.

Diventa quasi impossibile per un malato di MCS vivere normalmente all'interno della comunità. Per questo motivo Agnoletto ha dovuto abbandonare il lavoro come impiegato di segreteria a scuola e l'appartamento zensonese che condivideva con i familiari per piantare la sua tenda sull'argine del Piave. Dove, ieri mattina, alcuni bulli - senza rendersi conto del danno che facevano - hanno sparso delle sostanze chimiche, non è chiaro se vernici o altro, proprio intorno alla tenda. Tanto che Daniele per l'intera giornata non è riuscito ad avvicinarsi al suo alloggio di fortuna. «Appena arrivo nei paraggi - racconta - sento la trachea che comincia ad irritarsi, a gonfiarsi, mi viene da tossire, mi manca l'aria. So che mi considerano il matto del villaggio, ma non è così. Vorrei che chi ha fatto questo vedesse le indagini diagnostiche dei miei polmoni, allora forse si renderebbe conto».

«Chi ha fatto questo orribile scherzo a Davide - aggiunte Giovanna, una signora trevigiana, anch'ella affetta da MCS - non sa che ha messo in pericolo la vita di quest'uomo che chiede soltanto di essere lasciato in pace. Adesso, insieme, stiamo cercando una casa. Lontano dalle grandi strade di comunicazione, perchè c'è troppo smog, lontano dai vigneti perchè vengono irrorati e per noi sarebbe la fine. Stiamo cercando nella zona collinare di Montaner, Rugolo, Sarmede. Una vecchia casera in pietra sarebbe l'ideale. Non abbiamo bisogno di comodità, ciò che ci serve è un ambiente semplicissimo, senza vernici o sostanze simili».

In Italia sono poche le Regioni che hanno riconosciuto la MCS, tra le quali il Lazio. «Sono in cura da un medico di Roma - racconta Giovanna - io per fortuna riesco ancora a spostarmi, Davide non lo può fare. Avevo pensato di ricoverarlo, ma i nostri ospedali non sono attrezzati a ricevere un malato come lui. Vi abbondano i medicinali, che sono chimica, si avverte subito la presenza dei detersivi. Tuttavia so che ci sono dei bravi pneumologi che conoscono questa malattia e sanno come trattarla. A loro va il nostro appello, affinchè possano aiutare Daniele».

Domenica 03 Aprile 2011 - 23:26 Ultimo aggiornamento: Venerdì 08 Aprile - 18:20

FONTE: il gazzettino.it
http://www.ilgazzettino.it/articolo.php?id=144250&sez=NORDEST


A Daniele Agnoletto, malato di MCS, va tutta la mia piena comprensione e solidarietà, così come a quei "balordi" che hanno cosparso la tenda di Daniele di sostanze chimiche, va invece tutto il mio disprezzo se, e ripeto se, erano a conoscenza della dolorosissima situazione di Daniele, la cui semplice inalazione di una qualsiasi sostanza chimica può portare anche alla morte.
Mi unisco poi all'accorato appello di Giovanna, anch'essa malata di MCS, per aiutare Daniele.... e lo estendo a tutti i malati di questa tremenda malattia, perchè non siano lasciati soli, perchè abbiano la possibilità di potersi curare come prevede l'Articolo 32 della Costituzione Italiana. Ci sono tanti malati di MCS che sono nella disperazione e non sanno cosa fare.... non possiamo abbandonarli !!!

Marco

mercoledì 6 aprile 2011

MOGM, microrganismi geneticamente modificati popolano le nostre tavole

Forse non tutti sanno che anche nel nostro paese “l'infiltrazione” di organismi geneticamente modificati (OGM) è in continua progressione e per di più in ambiti e con modalità per cui è difficile avere un controllo e un riscontro diretto su effetti e rischi.

Sino a qualche tempo fa, gli additivi alimentari venivano prodotti a partire da piante o altre sostanze naturali ed elaborati chimicamente al fine di renderli più facilmente utilizzabili, abbassare i costi di produzione e aumentare le rese e gli effetti che si volevano ottenere inserendoli nella catena della produzione industriale di cibi.

Oggi, invece, si ricorre sempre più spesso alla produzione di additivi mediante microrganismi modificati con le tecniche di ingegneria genetica (MOGM). I microrganismi, cioè, vengono utilizzati come laboratori di produzione e trasformazione di alcuni additivi. Se infatti in Italia è vietata la presenza di MOGM negli alimenti, è però anche vero che non è invece proibita la presenza e l'uso di ciò che questi batteri producono.

Nei cibi, dunque, possiamo ritrovare i prodotti del metabolismo di questi batteri transgenici. Gli MOGM avviati alla produzione di additivi vengono selezionati convenientemente e la loro produzione di sostanze di aiuto al raggiungimento di determinate caratteristiche commerciali o di gusto o di conservazione dei cibi è sempre più conveniente dal punto di vista economico, seppur ancora a resa discreta come quantità fornita.

Anche prodotti tipici della nostra tradizione gastronomica come formaggio e vino contengono questo tipo di derivati batterici ogm.

Il caglio, ad esempio, non viene più prodotto a partire dall'abomaso (uno stomaco) dei vitelli (o capretti o agnelli, secondo il tipo di formaggio) ma da microrganismi del genere Aspergillus e Mucor geneticamente modificati. In essi, infatti, è stato inserito il gene della chimosina (o rennina) l'enzima che permette appunto al latte di cagliare. Oggi, quasi tutti i formaggi vengono prodotti a partire da questi enzimi ogm. Solo i formaggi DOP e quelli biologici rimangono fuori da questa procedura produttiva (e pensare che esiste pure il caglio vegetale!).

Anche il vino, nella maggior parte dei casi, sebbene non in tutti, non viene più prodotto con i vecchi lieviti presenti sulla buccia dell'uva. Oggi si procede invece congelando il mosto subito dopo la pigiatura annullando in questo modo ogni forma di proliferazione batterica. In seguito si inocula il lievito selezionato e spesso appunto geneticamente modificato. Esso viene scelto sulla base delle caratteristiche enologiche che si desidera ottenere da quel tipo di vigna e di uva, dalla gradazione alcolica che si desidera raggiungere, dall'aroma più o meno fruttato che si vuole conseguire ecc. Anche in paesi emergenti dal punto di vista della produzione di vino come Cile, Nuova Zelanda, Sudafrica e Australia si ricorre a questi metodi sebbene non sempre in perfetta sintonia con le varie legislazioni vigenti.

Altri alimenti invasi da MOGM sono i gelati. In Gran Bretagna nell'aprile 2007 una proteina di un pesce artico prodotta da un lievito transgenico ha superato l'esame preliminare della Food Standars Agency (l'agenzia per la sicurezza degli alimenti britannica). La Unilever, multinazionale proprietaria di varie marche di gelato come Magnum, Algida, Eldorado, Sorbetteria di Ranieri, Carte d'Or ecc. ha intenzione di impiegare questa proteina nella conservazione di questi prodotti che abbisognano di basse temperature.

Questa proteina transgenica è già utilizzata in Nuova Zelanda, Stati Uniti, Indonesia, Messico, Australia, Cile, Filippine. In Europa si sta aspettando il responso sulla valutazione di rischio degli esperti dell'Advisory Committee on Novel Foods and Processes (come previsto dal regolamento dell'Unione Europea) che si sono però già dichiarati favorevoli nel loro parere preliminare.

Se a questo uso alimentare di MOGM aggiungiamo quello che si sta profilando nell'ambito dei cosiddetti biocarburanti (per i quali a questo punto c'è da domandarsi cosa rimane di “bio”) e quello che se ne fa da tempo in campo medico (vaccini, insulina, e altri farmaci di ampio utilizzo), solo per citare due dei maggiori settori di applicazione, la situazione per chi è, direbbero i robot dell'ingegneria genetica, “romanticamente” attaccato alla nozione di Natura “classica”, pulita, semplice e universale, è alquanto critica.

I rischi per la salute umana e l'equilibrio degli ecosistemi sono più che concreti. Gruppi di ricerca indipendenti come il britannico Independent Science Panel o il canadese ETC Group (Erosion, Technology and Concentration) hanno ampiamente dimostrato i danni che si stanno rovesciando a fiotti su tutti gli esseri viventi da parte delle biotecnologie.

Eppure, seppur lentamente ma inesorabilmente, esse continuano il loro corso e la loro diffusione in ogni sfera dell'esistenza.

L'impressione che se ne trae leggendo talvolta qualche testo sulla “rivoluzione” (o meglio involuzione) genetica è che si finirà per rimpiangere amaramente l'inquinamento chimico e industriale...

Ma la domanda fondamentale che sovviene è la seguente: per quale motivo e in che modo siamo arrivati al punto di permettere che ciò avvenga e di non percepire a livello profondo di coscienza quello che stiamo distruggendo e il mondo di chimere mostruose e incontrollabili che stiamo creando? Questo è davvero un enigma. Sintonizzati sul canto delle sirene della società dei consumi ci stiamo letteralmente divorando tutto il pianeta estraniati rispetto al reale e concentrati narcisisticamente sul nostro ombelico.

Solo un'umanità che recuperi l'interesse per le domande fondamentali dell'esistenza potrà a mio parere ripristinare un percorso diverso che porti a traguardi di gioia e serenità condivisi insieme a tutti gli esseri viventi.

FONTE: terranauta.it
http://www.terranauta.it/a1181/salute_e_alimentazione/mogm_microrganismi_geneticamente_modificati_popolano_le_nostre_tavole.html


Articolo molto istruttivo che ci dice purtroppo come gli OGM, in questo caso MOGM, ovvero additivi creati mediante microrganismi modificati geneticamente, siano sempre più parte integrante della nostra alimentazione, che lo si voglia o meno. Formaggi, vino, gelati.... nulla sfugge all'ingegneria genetica, e questo, francamente, lo trovo molto ma molto preoccupante, perchè utilizzare qualcosa di cui ancora non si conoscono bene le possibili conseguenze sulla salute dell'uomo è a mio modesto parere da SCONSIDERATI.
L'ho già detto e lo ripeto.... trovo assurdo che l'uomo vada a violentare la natura con le sue scoperte senza sapere neppure cosa questo comporterà per l'ambiente e per la salute dell'uomo. La natura è già di per se perfetta e l'uomo dovrebbe considerarsi come il suo attento tutore.

Trovo molto bello il finale di questo articolo che mi sento di condividere al 100%

Marco

domenica 3 aprile 2011

Fukushima, l'esperto: a un passo da catastrofe, peggiore della fusione

2 aprile 2011
Secondo Sergio Ulgiati, professore di Chimica a Napoli, la situazione in Giappone sarebbe tutt’altro che tranquilla


“Speriamo che non accada altro, anche perche’ cio’ che sta accadendo e’ gia’ quanto di peggio potesse succedere a una centrale nucleare. Siamo a un passo dall’evento piu’ catastrofico della fusione, nonostante io mantenga ancora qualche speranza negli interventi di contenimento. Dobbiamo imparare da questa esperienza”. E’ Sergio Ulgiati, professore di Chimica ambientale all’Universita’ Parthenope di Napoli e membro del comitato scientifico del WWFItalia, a definire all’AdnKronos “la situazione della centrale atomica di Fukushima non buona e con poco o nulla che noi possiamo fare, a parte aiutare con tutti i mezzi il popolo giapponese a risollevarsi”.

NON BASTA - “Lo sforzo eroico delle poche centinaia di tecnici impegnati nel tentativo di raffreddamento e di chiusura delle crepe – sottolinea Ulgiati – e’ degno della massima ammirazione e l’unica speranza e’ che riescano nel loro intento di contenere il danno. Questi tecnici sono ben consapevoli dei rischi a cui vanno incontro, perche’ sanno perfettamente di contrarre malattie da radiazione, ma sono gli unici a poter intervenire direttamente”. “Se il nocciolo fonde usciranno ancora piu’ radionuclidi – spiega Ulgiati – e a quel punto sarebbe impossibile arrestare una contaminazione ancora maggiore. Una eventuale esplosione del contenitore del combustibile, a causa dell’aumento di pressione o della formazione e combustione di idrogeno causerebbe conseguenze di estrema gravita’. L’unica cosa che possiamo fare e’ imparare la lezione, pensando al futuro del nostro Paese e del mondo. Trovo tragico – conclude l’esperto – che ci sia ancora qualcuno che sostiene che il nucleare e’ sicuro: per questi incidenti ci saranno migliaia e migliaia di persone che subiranno ingenti danni e gia’ ora interi settori dell’economia vengono pesantemente danneggiati con altre gravi conseguenze sulla vita di milioni di persone: dobbiamo imparare da tutto cio’.”

USA - Intanto un team di 15 super esperti Usa nel controllo di radiazioni e’ giunto nel pomeriggio alla base aerea di Yokota, poco lontana da Tokyo, per aiutare il Giappone a fronteggiare la sua peggiore crisi nucleare. Si tratta dei tecnici della Initial Response Force (Irf), una divisione speciale di base a Indian Head, nel Maryland, che include personale altamente specializzato in operazioni di pericolo estremo, come quelli segnati da fattori di contaminazione chimica, biologica e nucleare. Lo scopo dell’iniziativa, annuncia nei giorni scorsi, e’ di fornire supporto nel monitoraggio per rilevare e identificare gli agenti radioattivi, e condurre anche ricerche, salvataggi e decontaminazione del personale provvedendo a cure mediche d’urgenza.

FONTE: giornalettismo.com
http://www.giornalettismo.com/archives/120110/fukushima-lesperto-a-un-passo-da-catastrofe-peggiore-della-fusione/


Trovo estremamente eloquenti le parole del Prof. Ulgiati a proposito del disastro che sta avvenendo in Giappone alla centrale nucleare di Fukushima: "Trovo tragico che ci sia ancora qualcuno che sostiene che il nucleare è sicuro..... dobbiamo imparare da tutto ciò". Già, imparare... ma l'uomo è capace di imparare dai propri errori? Non bastava Chernobyl? No, non bastava... e temo che non basterà neppure Fukushima per imparare.
Le Centrali Nucleari sono troppo, veramente troppe pericolose, e non ci si illuda che le Centrali di ultima generazione siano inattaccabili da qualsiasi problema. Le Centrali Nucleari sono come bombe a orologeria, pronte a esplodere se qualcosa dovesse andare storto.... con conseguenze disastrose per l'umanità intera. E' un rischio davvero troppo grande per avere energia.

Vorrei infine spendere qualche parola per gli uomini che, a rischio della propria vita, stanno operando nella centrale per raffreddare e chiudere le crepe formatesi. Onore e merito a tutti questi uomini, veri eroi degni di ogni ammirazione, per il lavoro davvero impagabile che stanno facendo, ben sapendo che ne pagheranno care le conseguenze a livello di salute per via delle intensissime radiazioni presenti. Onore e merito a voi, coraggiosi uomini pieni di altruismo.... non si potrà mai ringraziarvi abbastanza per quello che state facendo.

Marco

sabato 2 aprile 2011

La battaglia di Silvia, allergica a tutto

Vita da reclusa per una malattia rara: si batte con una associazione per farla riconoscere invalidante

Tra poco torneranno a casa da scuola i due suoi figli, 9 e 7 anni. Ma prima di entrare in casa dovranno cambiarsi d’abito e lavarsi i capelli. Per Silvia Bigeschi, 44 anni, di Massa e Cozzile a due passi da Montecatini, la vita trascorre da dieci anni tra mille precauzioni per sé e per chi vive con lei. Tutto cominciò con frequenti episodi di sensazione di soffocamento (le si gonfiava la gola) e orticarie devastanti, con la pelle che “bruciava”. Silvia è una delle persone che hanno la sfortuna di soffrire di Sensibilità Chimica Multipla (MCS), una malattia rara ma in continua espansione che si manifesta con una progressiva intolleranza nei confronti di sostanze chimiche di varia origine (dai detersivi ai profumi, dalle vernici ai collanti, ma l’elenco sarebbe lunghissimo). L’organismo sviluppa cioè una serie di intolleranze e ha difficoltà a eliminare numerosissime sostanze chimiche. Malattia riconosciuta come invalidante in Austria e in Germania, ma anche in Giappone e negli Stati Uniti. Ma non in Italia. E’ questa la battaglia di Silvia e di altre persone malate – quattro in provincia di Pistoia, una ventina in Toscano, 4mila quelle censite all’Istituto superiore della Sanità nel 2004 – che hanno una loro associazione nazionale, Amica (Associazione per le malattie da intossicazione cronica e/o ambientale), della quale lei è vicepresidente: l’obiettivo è ottenere il riconoscimento della MCS come malattia sociale e invalidante. Una battaglia difficile e che per ora ha dato pochi risultati. Di pochi giorni fa una lettera al nostro giornale di un'altra persona malata di Livorno.
Recentemente della malattia si è occupato anche il consiglio comunale di Massa e Cozzile approvando all’unanimità una mozione (inviata alla presidenza di Camera e Senato e alle commissioni competenti) per chiedere che vengano rispolverate dal dimenticatoio in cui sono finite le sei Proposte di Legge d’iniziativa parlamentare per il riconoscimento della malattia. “Ringrazio tantissimo i promotori dell’iniziativa – dice Silvia – perché si sono impegnati al mio fianco e di tante persone che soffrono. Come associazione abbiamo intanto avviato contatti con la Regione Toscana – racconta Silvia, che ci riceve con la mascherina nel cortile di casa perché entrando porteremo la scia delle sostanze che abbiamo sul corpo – per avere alcuni sostegni, tra cui l’apertura di un ambulatorio medico al quale poter accedere senza rischio”. Già, perché per Silvia gli ambulatori normali (con tutti i loro prodotti chimici dai disinfettanti ai medicinali e così via) sono posti impossibili da frequentare. “Recentemente – racconta questa donna minuta, dallo sguardo diretto e chiaro – ho dovuto togliermi 2 denti. La dentista ha dovuto adeguare lo studio alle mie necessità, togliendo il materiale che avrebbe potuto crearmi reazioni. E’ anche stato necessario trovare un’anestesista che fosse in grado di scegliere le sostanze più adatte al mio caso. Per estrarre 2 denti sono stati necessari 2 mesi”. La vita di Silvia è tutta così. Non può entrare – nonostante ormai tenga costantemente la mascherina sul viso – in nessun luogo chiuso. Il supermercato, ad esempio, per lei è veleno. “la spesa – spiega ancora – la fa mio marito. Alle poste ci va mia suocera. Non posso partecipare alle feste dei miei figli: l’unico posto dove posso accompagnare il più grande è calcio, perché sono spazi grandi e all’aperto”. La sua casa è stata via via svuotata: una serie di tentativi per riuscire a eliminare le sostanze che le provocano reazione. Si veste solo con cotone e con colori chiari. E ancora, niente lavoro (“ci vorrebbero ambienti ad hoc”), niente vacanze. “Solo qualche gita in campagna o in montagna – dice Silvia che la malattia ha duramente provato, senza però toglierle la voglia di vivere e lottare – ma ai bambini piace il mare…”

26 novembre 2009

FONTE: Il Resto del Carlino


Un altra preziosa testimonianza di malata di Sensibilità Chimica Multipla, con tutto il suo carico di dolore, problemi e limitazioni. La storia di Silvia è un esempio perfetto di cosa significa avere l'MCS, ma è anche un grande esempio di vita, di reazione alle difficoltà, scegliendo di mettere in campo la propria esperienza diretta e il proprio impegno a favore di altri malati, nonchè lottando per ottenere il Riconoscimento di questa patologia in continua espansione.
Grazie Silvia, per tutto.

Marco

venerdì 1 aprile 2011

La Sindrome di Down

Cos'e la Sindrome di Down?

Il corpo umano si compone di innumerevoli piccole cellule, che sono formate in modo diverso, a seconda della parte del corpo di cui esse fanno parte.

Così vi sono ad esempio, le cellule dei muscoli, quelle dei nervi e molte altre. Tutte le cellule hanno il loro compito particolare e contribuiscono al funzionamento sano ed armonioso del corpo. L'informazione a quale parte del corpo una cellula è attribuita e qual'è il suo compito viene ricevuta da parte dei cromosomi. Osservati con il microscopio luminoso, i cromosomi appaino come piccoli fili con dei segni trasversali chiari e scuri. Il codice genetico dell'uomo si basa su 46 cromosomi. Ogni cellula umana contiene questo numero di cromosomi, tranne i globuli rossi del sangue e le cellule della riproduzione. Ovulo e sperma hanno ciascuno solo 23 cromosomi. Nel momento della fecondazione di un ovulo della donna con lo sperma dell'uomo s'incontrano perciò 2 volte 23 cromosomi e danno vita ad un codice genetico di 46 cromosomi, quali sono composti da 23 coppie. Nei soggetti Down non c'è questo numero normale di 46 cromosomi. Essi hanno un cromosoma in più in ogni cellula del loro corpo. Nel 95% dei casi il cromosoma N. 21 è presente tre volte anziché due. Nel 4% dei casi quest'eccedente cromosoma N. 21 è collegato con un'altra coppia di cromosomi. Semplificando si può parlare di una "traslocazione".
Molto rara è la cosiddetta forma a "mosaico". In questo caso una parte delle cellule contiene il normale numero di 46 cromosomi, mentre le altre, a causa del cromosoma aggiunto N. 21, hanno in tutto 47 cromosomi. Poiché in tutte e tre le forme è presente 3 volte il cromosoma N. 21, quest'anomalia viene anche detta "trisomia 21".
La denominazione più conosciuta è peraltro "Sindrome di Down" dal nome del medico inglese John Langdon Down, che la descrisse per primo nel 1866.
J. Down, che non aveva ancora a disposizione alcuna tecnica di ricerca genetica, diede alla sindrome il nome di "mongolismo", poiché l'aspetto dei soggetti aventi tale sindrome gli ricordava gli abitanti della Mongolia.
Oggi questa parola non è più un'indicazione legittima per questa sindrome, poiché è falsa ed erronea. La Sindrome di Down c'è dovunque, in tutte le nazioni del mondo, presso tutte le razze umane, ma anche in alcuni mammiferi.
Esiste in tutti i continenti e non è un fenomeno legato ad epoche storiche.

Le causee della Sindrome di Down

I soggetti con Sindrome di Down si trovano dovunque ci sono insediamenti umani.
Le più antiche testimonianze risalgono agli abitanti del Messico e dell'America Centrale che vissero tremila anni fa nella cultura degli "Olmec". A quell'epoca vennero create figure in pietra ed in argilla con caratteristiche somatiche tipiche della sindrome di Down.
Il che ha fatto dedurre che presso quel immaginiolo le persone con sindrome di Down ebbero una particolare considerazione. La causa della sindrome di Down è a tutt'oggi sconosciuta.
Per una percentuale assai esigua (i casi di "traslocazione" e a "mosaico") la causa può essere, accanto ad un errore spontaneo nella ripartizione cellulare, anche un fattore ereditario. Ricercatori e medici hanno indagato sulle cause, mettendo a confronto fattori certi con la frequenza dell'apparizione della sindrome di Down.
Venne con ciò dimostrato che non giocano alcun ruolo l'appartenenza dei genitori ad una razza etnica, a un determinato ceto sociale oppure il luogo di abitazione.
Parimenti poco effetto producono sulla sindrome di Down i fattori intervenuti durante la gravidanza, come ad esempio, malattie della madre, carenze alimentari o vitaminiche, alcool, nicotina o uso di droghe, poiché la sindrome sussiste già da prima. In pratica tali fattori particolari possono apportare danni al bambino, ma non provocano la Sindrome di Down. I cosiddetti fattori esterni, secondo le attuali conoscenze, non influiscono sull'instaurarsi della sindrome di Down. Peraltro gli scienziati hanno trovato una connessione tra l'età dei genitori e la frequenza della sindrome. Madri sopra i 35 anni e padri sopra i 50 anni hanno figli con Sindrome di Down più frequentemente dei genitori più giovani.
I ricercatori non hanno ancora trovato una spiegazione per questa tesi.
Dagli specialisti, perciò, la sindrome di Down viene prima di tutto attribuita ad un incidente genetico. Incidente del quale nessuno può essere colpevole. In pratica la maggior parte dei bambini con Sindrome di Down viene oggi generata da madri fra i 24 e i 30 anni La spiegazione per questo fatto è molto semplice: le donne in quest’età mettono al mondo la maggioranza dei figli, mentre le donne più anziane generano di meno. Il 65 - 80 % di tutti i bambini con sindrome di Down nascono attualmente da madri sotto i 35 anni.

Fattori di rischio per la Sindrome di Down

I fattori che causano la sindrome di Down sono poco noti.
La Trisomia da non disgiunzione sembra legata all'età della madre nel senso che la probabilità di avere un bambino Down aumenta con l'aumentare dell'età della madre.
Sebbene la Trisomia 21 da non disgiunzione non sia ereditaria, sembra che il rischio di concepire un bambino Down aumenti quando nella famiglia è già presente un altro bambino affetto da Trisomia 21.
Il motivo per cui ciò si verifichi non è noto, tuttavia un'ipotesi sembra costituita dal fatto che, con l'aumentare dell'età, la cellula uovo, come il resto dell'organismo, è esposta a più stimoli nocivi che, con il tempo, compromettono l'iter normale che la cellula compie per ottenere un corredo cromosomico costituito da 23 cromosomi. Altri fattori incriminati sono l'irradiazione con raggi X dell'ovaio o dei testicoli e la presenza di infezioni come l'epatite B.
Riportiamo queste ipotesi per completezza di informazione ma va precisato che si tratta comunque di ipotesi e che non esiste, al momento, alcuna prova in loro favore.
La mancanza di un'adeguata conoscenza delle cause della Trisomia 21 libera impedisce, al momento, un efficace prevenzione. E' possibile effettuare comunque una diagnosi precoce in gravidanza tramite amniocentesi.

Caratteristiche della Sindrome di Down

Nella maggior parte dei casi l'individuo presenta:

Mongoloidismo, corpo basso e tozzo e collo grosso
Macroglossia - può portare a problemi di deglutizione
Atresia esofagea e intestino piccolo
Ipotonia più o meno marcata, presente nel 95% dei casi
Plica palmare. L'unica plica trasversale concorre a configurare la caratteristica alterazione della mano denominata "mano di scimmia"
Lassità legamentosa, di varia entità, che porta ad apertura in abduzione esagerata delle anche (180°) e diminuzione dell’angolo del polso con aumentato rischio di lussazione.
Chiazza o macchia mongolica: discromia cutanea a margini piuttosto netti sulla parte bassa della schiena
Cardiopatia congenita
Alterazione funzionamento della tiroide
Microcefalia, non evidenziabile alla nascita, ma durante la crescita
Ritardo di organizzazione delle tappe motorie (anche imponente), non per un danno del sistema neuromotorio, ma per deficit della prassia
Il ritardo mentale varia da forme più gravi (QI 25-50) a forme lievi nei mosaici genetici. Comporta anche ritardo nel linguaggio
Anomalia degli occhi: infatti l'occhio della persona affetta da questa malattia presenta un taglio (dovuto ad una plica denominata "epicanto", non presente nelle popolazioni caucasiche ed africane) che invece di essere normalmente a forma di dosso cioè che va dal basso verso l'alto formando una curva è allungato dalle ghiandole lacrimarie alla parte posteriore dell'occhio stesso, simile a quello delle popolazioni mongole, quindi dell'Asia orientale (si noti anche il termine usato principalmente dai medici per designare tale anomalia: mongolismo).
Si ha maggiore sensibilità alle infezioni e spesso, disfunzioni del cuore (difetto del setto interatriale, interventricolare) e di altri organi: principalmente per tal motivo la vita media, senza interventi, non supera i 30-40 anni. Attualmente però la media si è innalzata sino a 60 anni, perché col progredire delle tecniche chirurgiche, molte anomalie cardiache anatomiche possono essere trattate con successo.

Al downismo è associata un'amiloidosi Alzheimer-simile, che diventa evidente, manifestandosi come ulteriore decadimento cognitivo, nei soggetti che raggiungano il quarto decennio di vita.

Frequenza della Sindrome di Down

E' stato dimostrato che numerosi aborti spontanei sono da ricondurre a variazioni cromosomiche dell'embrione. Particolari studi scientifici fanno supporre che all'incirca ogni due aborti uno sia causato da un danno cromosomico.
Senza dubbio ci sono altri fattori che conducono all'aborto, tanto che una risposta veramente certa a questo problema non è possibile. Studi prolungati hanno attribuito alla frequenza della sindrome di Down valori molto differenziati. La maggior parte peraltro riportano che ogni 600 - 700 nascite vi è un bambino Down. In totale la quota di persone con sindrome di Down ammonta a circa l' 1,1-1,2 per mille dei nati.

FONTI: aipd.ivylogic.it, wikipedia.org